Ci sono delle mattine in cui mi sento un marziano. Non che mi dispiaccia, per carità: vivere qualche ora da estraneo può essere anche un buon momento di decompressione ma mi turba il senso di lontananza dal mondo e, mi dico, magari sto invecchiando, diventando terribilmente barboso o peggio mi sto rincoglionendo. O forse tutte e tre le cose insieme. Comunque la rassegna stampa di questa mattina è il ritorno al medioevo, peggio: il trionfo del barocco nonostante sia tutto tranne che il tempo degli orpelli, come se ogni anno, in questo benedetto (ma laico) momento ci sia un’ubriacatura generale, un carnevale, per cui ci si mette tutti d’accordo nell’essere tronfi e spostati.

La notizia del giorno in un mondo di Gaza, lavori come miraggi, economie in bilico, terrorismi e genuflessioni, riforme mai realizzate, corrotti a flusso continuo, spari come petardi, mafie galoppanti, poveri invisibili, blocchi mondiali in cagnesco, poteri sibilanti, annegati al chilo, disuguaglianze non curate, passati insabbiati, schiavismi ripetuti, banche pericolanti, democrazie stanche, patti osceni, informazioni ammaestrate, economie dopate, crocchi di olocausti, provvidenziali suicidati, popoli fiacchi, aridità di massa, barbarie legalizzate, crimini legali, diritti solo declamati, oscene comari come classe dirigente, estremismi à la page, cattivismo prêt-à-porter e solitudini croniche, in questo mondo qui, tutti gli anni, come un messa agnostica della bava che diventa grumo tutta nella stessa stanza si celebra la “Prima alla Scala”.

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“Prima alla Scala” scritta con la maiuscola anche sulla “Prima” come diventano maiuscole le parole che non hanno più significato, come se fosse l’acronimo di un feticcio oppure la sigla di un evento sclerotizzato. E così anche oggi è una sfilza di foto, minutaggi applausiferi e pose imparruccate di questo moderno G100 degli esibizionisti dello starci, della volgarità di posizionarsi in un momento che vorrebbe essere cerimonia, arte e invece diventa la riproposizione del vestito del re. Nudo.

La “Prima alla Scala” è l’haka italiana, la danza maori di cui si è perso il significato ed è rimasto solo il rito. Alla “Prima alla Scala” potrebbero anche, l’anno prossimo, mettere in scena una partita di squash tra macachi ma intorno tutto sarebbe identico lo stesso: la “Prima alla Scala” è come il rassicurante, ammaestrato, ritorno alla lettiera del nostro gatto appena sveglio. Uno svuotamento rumoroso e fiero che produce baldanza per le ore successive. Se ci pensate la “Prima alla Scala” non ha niente a che vedere con la musica, men che meno con la lirica, è lontanissima dall’essere esibizioni di canto orchestrale: la “Prima alla Scala” ha lo stesso odore ammuffito delle feste tra colleghi quando si va in pensione e si scarta l’orologio. E, in fondo, ci si ritrova a solidarizzare con chi indossa un patetico tubino stretto di animale morto o con la megera truccata da bambina: provano a toccare i limiti del buongusto perché sanno che sono porte aperte. Tutto è concesso, tutto è spettacolo. Conta esserci. Ma esserci forte. Esserci evidente. Chi grufola con il volume più alto e gutturale vince. Mentre degli sconosciuti in sottofondo cantano parole incomprensibili. In tutti i sensi.

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