Dopo sei anni, forse si saprà come è morto Stefano Cucchi. La V sezione penale della Cassazione ieri a tarda sera ha confermato la richiesta del procuratore generale Nello Rossi. Ci sarà un nuovo processo per cinque medici del Pertini mentre è confermata l’assoluzione per i tre agenti penitenziari.  Intanto va avanti l’indagine bis della Procura di Roma che ha iscritto nel registro indagati – a vario titolo – cinque carabinieri. Qui di seguito il pezzo  pubblicato ieri e un colloquio con l’avvocato della famiglia Fabio Anselmo,  prima dell’udienza della Cassazione. Il legale parla del clima che si è creato attorno al caso. 

Per la morte di Stefano Cucchi, due le notizie che forse porteranno spiragli di luce su un buio che si trascina dal 2009. Un buio fatto di omertà e depistaggi continui, come a più riprese hanno denunciato i familiari, la sorella Ilaria in prima fila.

Una notizia è la richiesta avanzata oggi dal procuratore generale della Cassazione Nello Rossi che ha chiesto l’annullamento con rinvio dell’assoluzione di cinque medici dell’Ospedale Pertini che erano stati assolti in appello. Mentre viene confermata l’assoluzione degli agenti penitenziari, viene richiesto il processo dunque per i medici: troppo evidente il pessimo stato di salute del ragazzo (pesava 34 chili) per essere fatto «sparire». L’altra notizia è l’indagine da parte della Procura di Roma con cinque carabinieri – a vario titolo – già nel registro degli indagati. Secondo il pm Giovanni Musarò, Stefano, dopo essere stato arrestato nella notte del 16 ottobre del 2009, sarebbe stato sottoposto «a un violentissimo pestaggio» tra la stazione Casilina e Appia. Agghiacciante, come si legge nelle cronache di questi giorni, anche la frase intercettata al telefono della moglie di un militare sospettato: «A picchiarlo vi siete divertiti».

Per l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, siamo di fronte alla svolta positiva di un’indagine che non esita e definire “etica”. Nel senso che il caso della morte violenta di Stefano, così come quella di Federico Aldrovandi o di Riccardo Magherini –  il processo è in corso a Firenze – sono tutti casi in cui una persona muore mentre è affidata alle forze dell’ordine. Ed è giusto, “etico” che in questi casi tutti coloro che sono sospettati di aver compiuto un reato siano uguali davanti alla legge e che quindi si arrivi a un processo per dimostrarne le effettive responsabilità. Per la morte di Federico, diciottenne di Ferrara, avvenuta nel 2005, la sentenza della Cassazione nel 2012 ha confermato la condanna per omicidio colposo nei confronti di quattro poliziotti evidenziando come questi avevano avuto «condotte specificatamente incaute e drammaticamente lesive», immobilizzando il ragazzo e facendo pressione sul corpo.

Fabio Anselmo racconta che la svolta nelle indagini «non è nuova, ci stiamo lavorando da un anno. I primi testimoni li abbiamo portati noi in Procura». Così come sono state trovate le lastre che contraddicevano i referti della perizia. «Poi la procura è andata avanti come un treno, un’indagine mastodontica che non è finita. Io penso che ci saranno altre sorprese, altri imputati», afferma l’avvocato che Left ha sentito prima dell’udienza in Cassazione.

Nell’attesa della sentenza della suprema Corte con Fabio Anselmo abbiamo parlato anche del clima che si è creato attorno alla riapertura dell’indagine. Come valuta per esempio la dichiarazione del generale dei carabinieri Tullio Del Sette che ha affermato che è «inaccettabile per un carabiniere rendersi responsabile di comportamenti illegittimi e violenti», dicendosi convinto «nel ricercare la verità», ma senza delegittimare l’Arma?

«L’intervista di Del Sette è molto importante, il generale ha ragione sul fatto che non bisogna generalizzare, magari una parola in più nei confronti della famiglia la poteva dire, ma le sue parole sono sacrosante», afferma Anselmo.

Sempre a proposito di clima che si respira attorno a questi casi, gli sviluppi dell’indagine Cucchi, potrebbero accelerare l’iter del disegno di legge che criminalizza la tortura che come denuncia Antigone, è scomparso dai lavori parlamentari?

«Io penso che non si può non prendere atto di queste cose. Noi sappiamo che Stefano è morto a causa di quel pestaggio, l’abbiamo sempre sostenuto e avevamo ragione. Se non dovesse essere riconosciuto il nesso causale, questi sarebbero reati che andrebbero in prescrizione, ma ci rendiamo conto? Ma davvero possiamo ancora pensare che introdurre il reato di tortura sia inutile?», sottolinea indignato Anselmo che si chiede: «se si dice che un reato non serve allora perché dobbiamo osteggiarlo?».

Chiedere giustizia significa tutelare tutti, continua l’avvocato. «Il nostro lavoro non è stato quello di delegittimare, tutt’altro. Noi abbiamo tentato di tutelare il buon funzionamento e l’immagine delle stesse forze dell’ordine. Il problema è che abbiamo purtroppo avuto come controaltare un’attività della rete dei sindacati di polizia costantemente avversaria». «Non siamo noi a generalizzare ma chi interviene, chi depista, chi cerca di difendere dietro l’egida sindacale colleghi che sono coinvolti in reati di questo genere», sottolinea Anselmo. «Alla fine cosa vogliamo dire? Che valga il principio delle legge uguale per tutti: che sia giudice, carabiniere, avvocato, extracomunitario, operaio, ognuno deve essere chiamato a rispondere davanti alla legge nel momento in cui compie un reato».

Ma il clima, spesso è di tensione. Fabio Anselmo è appena tornato da un’udienza del processo a Firenze per la morte di Riccardo Magherini, con quattro carabinieri tra gli imputati. «Si avverte sempre un atteggiamento di ostilità. Addirittura ci sono dei problemi ad acquisire la sentenza di Federico Aldrovandi, che ricordo, è passata in giudicato e che quindi un avvocato può produrre agli atti come precedente, visto che il caso è analogo. Ecco, è come nominare Belzebù in un convento di suore! Ma come è possibile che la richiesta di acquisizione di questa sentenza generi tensione? Ricordo che è un atto sacramentato da una legge, oltretutto con l’egida di un presidente di Cassazione particolarmente noto e stimato per la sua giurisprudenza». Anselmo sottolinea anche il fatto che a Firenze non sono state ammesse nemmeno le telecamere, cosa che è avvenuto nel processo Aldrovandi o Ferrulli. «Questi sono processi che devono essere fatti sotto gli occhi di tutti», conclude.

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