Sei domus pompeiane riaprono il 24 dicembre, dopo lunghi lavori di restauro realizzati nell’ambito del progetto Grande Pompei. Tornerà visitabile così la fullonica di Stephanus, una tintoria con vasche per il trattamento delle stoffe, dove venivano colorati i tessuti e che alle pareti presenta ancora parte degli affascinanti affreschi in rosso.

Dopo anni di crolli e di interventi emergenziali che, operando in deroga alle leggi, invece di sanare, hanno spesso provocato nuovi problemi, il soprintendente Massimo Osanna insieme al generale dei carabinieri Giovanni Nistri mettono a segnano un passo importante nell’ambito del progetto Grande Pompei. Il 24 dicembre il ministro Dario Franceschini, presentando i restauri a Pompei, traccerà il bilancio dell’intervento finanziato da Unione europea e governo con 105 milioni di euro.
In anni recenti, purtroppo, Pompei è diventata sinonimo di crolli, di vandalismi e abbandono, occupando più le pagine di cronaca nera che quelle di cultura. Evocando in maniera paradigmatica ciò che tristemente sta accadendo al patrimonio del Belpaese. «Pompei racconta molto dell’Italia oggi», nota Francesco Erbani che le ha dedicato un libro Pompei Italia pubblicato da Feltrinelli: «Il problema è stato il modo emergenziale in cui da anni è stato ustato per cercare di fermare il degrado dei resti della città, dei suoi mosaici e affreschi all’aria aperta. Non si è fatta più manutenzione ordinaria, non c’è stato più quel monitoraggio che ha funzionato per decine di anni nel prevenire disastri. Ma si affrontano i problemi all’ultimo momento, senza una visione a lungo termine», denunciava nel luglio scorso su Left Francesco Erbani. «La colpa non è delle strutture territoriali. Ne abbiamo una riprova concreta. La seconda metà degli anni Novanta fu un periodo d’oro, grazie a una precisa programmazione degli interventi. Furono rafforzate le strutture territoriali e fu data autonomia amministrativa a Pompei permettendole di trattenere gli incassi – spiega Erbani -. Allora si provò a mettere in sicurezza tutto il sito, non limitandosi ad interventi su singole domus come si fa oggi, considerando la dimensione urbana di Pompei che la caratterizza rispetto da altre aree archeologiche. Quando lo Stato mette a disposizione le proprie strutture consentendo autonomia le cose funzionano. Poi però quel processo fu interrotto, le persone che lo avevano avviato furono sostituite con altre non altrettanto competenti e quell’esperienza fu lasciata morire dal ministero stesso». E’ in questo quadro che va letto l’evento pur importantissimo della riapertura di sei Domus, che speriamo sia il primo passo verso un cambio di rotta nella gestione del sito pompeiano. Il caso virtuso di Ercolano dimostra che è possibile.
Il film di Pappi Corsicato

Pompei nella mostra Mito e natura a Milano.
Lo splendido tuffo di un uomo che non ha paura del mare ci colpisce forse più di ogni altra opera scelta per la mostra Mito e natura, dalla Grecia a Pompei aperta fino al 10 gennaio in Palazzo Reale a Milano. Il nuotatore è sicuro di sé, non ha esitazioni di fronte all’acqua cristallina della Magna Grecia. Ma questa immagine che ci giunge dal lontano passato, ritrovata sulla lastra di una tomba del 480 a.C., potrebbe voler dire altro da quello che noi immaginiamo parlando di acque limpide e profonde. In quella parte di Sud d’Italia, infatti, si sviluppò la scuola pitagorica. E questo tipo di figura simboleggava il passaggio dalla vita al regno dei morti, spiegano Gemma Chiesa e Angela Pontrandolfo nel catalogo Electa che accompagna la mostra.
Al contempo la celebre immagine della tomba del tuffatore ci racconta che il rapporto con la natura era molto cambiato dai tempi più antichi e dell’epos omerico, quando ancora era avvertita come una forza pericolosa, sovrastante e indomabile. Il percorso espositivo organizzato dalle due curatrici secondo un percorso tematico e cronologico (dal VIII sec. a. C. al II sec. d. C.) racconta bene il passaggio che avvenne nel V secolo a. C., quando si strutturò il Logos e la polis divenne ordinata, con una netta divisione degli spazi urbani: quelli pubblici riservati a una elite di uomini aristocratici e liberi e quelli privati in cui erano rinchiuse le donne e gli schiavi. Questa visione della società trovò un preciso riflesso nel modo di rappresentare l’ambiente. Lo si evince perlopiù dallo studio di vasi dipinti, non potendo contare su esempi di pittura greca antica che – diversamente dalla statuaria e dal vaselleme – perlopiù non è arrivata fino a noi.

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