«Se perdo il referendum costituzionale, considero fallita la mia esperienza in politica»: Matteo Renzi l’ha detto nella conferenza stampa di fine anno. E ha precisato che non sarà un referendum solo sul nuovo Senato ma sul complesso delle riforme, dal Jobs act, a #labuonascuola, dall’Italicum allo Sblocca Italia. C’è chi sostiene – il professor Ignazi, per esempio – che il premier-segretario si assuma così un rischio grande. Gli si potrebbe coalizzare contro quel 25 per cento di italiani che lo considera – secondo uno studio proposto da Ilvo Diamanti – il leader peggiore e che è più consistente del 18 per cento che invece lo ritiene “il migliore”. Ricordiamo che il referendum confermativo – si dovrebbe tenere a ottobre – non prevede quorum: è valido qualunque sia il numero dei votanti. Ne abbiamo voluto parlare con Massimo Cacciari, filosofo, accademico italiano e politico. E, al solito, Cacciari non le manda a dire. «È evidente», dice, «che se dovesse andare male la sua riforma ne dovrebbe trarre le conseguenze. Volente o nolente. Sarebbe una sconfitta talmente clamorosa. Penso tuttavia che il suo sia un rischio calcolato. Una sconfitta mi pare improbabile: il numero delle persone che, per motivi diversi, non vogliono che Renzi vada a casa è strepitosamente “maggioranza”!».
Una maggioranza parlamentare?
Non solo. È una maggioranza legata agli interessi economici, all’appoggio di tutta Confindustria e delle associazioni professionali e di categoria, una maggioranza nella sostanza unanime, se non ci si lascia impressionare da prese di distanza marginali e spesso quasi comiche. E poi c’è la prateria che Renzi si trova di fronte nel vecchio elettorato di Forza Italia, che si dividerà equamente tra Salvini e Renzi.
Eppure non si può dire che la nuova-vecchia classe dirigente abbia dato grandi prove…
Questa classe dirigente fa persino rimpiangere la cultura che aveva la classe dirigente della Prima repubblica. Con la catastrofe di Tangentopoli prima e il ventennio di Berlusconi (e di quella opposizione a Berlusconi) non potevamo d’altra parte pensare che da una vicenda tragicomica potesse nascere chissà quale nuova classe dirigente. I dirigenti, può piacere o non piacere, nascono da grandi traumi, dalle grandi trasformazioni, quasi sempre da guerre civili o comunque da fatti che segnano la storia di un Paese. Cosa potevamo aspettarci? Una volta che finalmente sono andati a casa quelli che per vent’anni ci avevano lasciato il nulla, si poteva prevedere che il livello sarebbe stato questo. Al massimo sperare che una classe dirigente si faccia strada facendo…
Ma Tangentopoli non avrebbe potuto rappresentare questo trauma salvifico?
Sì, se determinate forze politiche avessero capito cosa significassero Tangentopoli e la caduta del muro. Lei si immagini cosa sarebbe stato se nel 1992-93 si fosse andati a una seria fase costituente: allora sì che si sarebbe segnata una rottura reale per ricominciare da zero. Abbiamo gettato all’ortiche vent’anni e alla fine “il buono e il cattivo” è rimasto dentro al pantano. Sindaci, federalismo… è rimasto solo pantano.
E così siamo arrivati alla Boschi che si intesta la riforma costituzionale…
Ma la riforma costituzionale! È una ridicolaggine! Diciamo la verità: una vera riforma costituzionale sarebbe stata una riforma che affrontasse in modo organico il tema del federalismo, che mutasse l’aspetto complessivo dello Stato, che normasse partiti e sindacati. Parlare di riforma costituzionale per quello che hanno partorito Renzi e la Boschi mi sembra patetico.
Lei usa parole forti, ma perché non si vede un’opposizione forte e strutturata?
Perché nel ventennio di cui si parlava, in Italia in particolare (ma vale per tutta l’Europa), è entrata in crisi la cultura politica e la tradizione socialdemocratica e le responsabilità di questo tracollo sono di D’Alema, di Veltroni e di Bersani e di tutti gli altri. Ma sarebbe inutile gettare la croce contro costoro perché il fallimento è generale: in tutta Europa la socialdemocrazia è andata a puttane. Dopo il grande momento e i grandi personaggi che sono stati protagonisti del tempo della Guerra fredda, le classi dirigenti della sinistra non sono più riuscite a rinnovarsi. Il mondo è cambiato, loro no. Se in politica cerchi di vivere di rendita prima o poi fallisci.

cover left n.2 | 9 gennaio 2015

 

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