Siamo tra i trenta e i quarant’anni. Siamo quelli che hanno un ricordo del mondo senza internet. E poi dei primi modem che facevano quel suono extraterrestre per connettersi di toni alti e bassi come una sirena scarica e disturbata. Abbiamo vissuto l’euforia degli anni ’80 in cui l’impegno era diventato démodé, tutti ad inseguirci su nuovi mondi futuribili che, ci assicuravano, ci avrebbero per forza portato a stare meglio. Poca politica. Poca nel senso che davvero sembrava possibile stare senza politica: basta l’economia. Avresti detto, per quelli della mia generazione, che ce l’avremmo fatta semplicemente stando in scia, inseriti bene nella corrente, spediti e trasportati, attenti a non scendere sotto la soglia minima del divertimento.

Abbiamo avuto padri che hanno lavorato, fatica vera, e poi si sono imborghesiti sclerotizzando la speranza. “Abbiamo fatto tutto questo per voi” ci dicevano. E non lo dicevano con sicumera o bausceria, no, erano convinti per davvero che ci fosse un serbatoio pieno di opportunità, che tutto quel stare bene (o bene essere) sarebbe bastato per generazioni. È così che siamo stati paninari: convinti di avere il diritto di decidere il nostro “giusto” che non contava fosse “giusto” per gli altri, con una visione egocentrica del mondo instillata da una comunicazione che “ehi, dice a me!” e sempre pronti a contestare i servizi a disposizione, molto meno ad offrirne, ma ci perdonavamo lo stesso. Ah: ci perdonavamo da soli. Ovviamente.

Poi quando semplicemente le cose hanno cominciato a non andare come pretendevamo abbiamo cercato di salvarci. Ma noi, uno a testa. Ognuno per sé. Se c’è meno posto per “paninare” non significa mica che dobbiamo “paninare” meno tutti: significa che qualcuno dovrà smettere. E non certo io. La generazione degli “io”. Abbiamo pensato che la crisi fosse una falce che avrebbe preso solo quelli già sostanzialmente pericolanti e anche se abbiamo finto una preoccupazione di plastica giusto per solidarietà abbiamo pensato fino all’ultimo minuto che “figurati, mica viene a me”.

E poi è venuta a noi. E ci siamo costretti a fingere di essere ancora in sella. Se mi convinco io convinco anche gli altri. E così tutti con l’ottimismo al litro come anabolizzante per “rimanere in pista”. Abbiamo deriso gli sconfitti chiamandoli perdenti, abbiamo riso smargiassi delle sfide degli altri. Altro che Sarri e Mancini: da paninari era finocchio chi tirava troppo debole il pallone, chi aveva i pantaloni di flanella, chi arrossiva, chi non aveva il walkman, chi non partecipava all’autogestione e anche chi all’autogestione ci credeva troppo e per davvero, chi non aveva la risposta pronta, chi non era bello, chi aveva solo amici brutti, chi aspettava da solo il treno, chi non era d’accordo, chi non la pensava come noi, chi aveva i denti gialli, chi non aveva mai bigiato la scuola almeno una volta e anche chi faceva sempre il biglietto del treno. Forse davvero noi, quelli della mia generazione, siamo stati i primi ad essere fieri della propria superficialità, a curare la narrazione.

Poi, quando davvero il mondo è cambiato, eravamo così poco allenati che siamo stati i nuovi “dispersi”. Arrabattati a cercare una sponda. Ma soli. Dispersi tutti nello stesso Paese ma dispersi tra di noi. Incapaci di una socializzazione che non fosse concentrica. Come la storia della cicala e della formica: noi siamo le cicale. Ma dopo un corso di individualismo spinto. E così oggi dobbiamo correre, studiare di notte, per imparare in fretta e furia a diventare “blocco sociale”. Pensa te, che parola da sfigati.

E al governo abbiamo i paninari. Che la storia non succede mica per niente. Già.

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