Ecco, ci mancava il solone pediatra che spaccia l’opinione personale travestita da scienza. E tutti dietro in coro. Poi, appena si accende la miccia, basta tirarsi indietro che tanto poi le fiamme si faranno strada anche da sole. Così il dottor Giovanni Corsello, presidente della Società Italiana di pediatria, dopo avere lanciato il sasso parlando di presunte incertezze nello sviluppo di bambini adottati da coppie gay, in una nuova intervista dichiara mesto mesto di non aver voluto alzare un polverone ma semplicemente «portare un contributo positivo al dibattito». Genio: un po’ come bruciare uno stadio e scusandosi ammettendo di avere voluto rendere semplicemente la partita più avvincente.

Eppure nel grande circo del guazzabuglio sulla legge Cirinnà è stata riaperta la palestra delle bugie sparate a palle incatenate: non conta che ciò che dici sia vero, l’importante è che sia detto ad alta voce e ripetuto incessantemente, se possibile all’infinito. Così con la stessa tecnica per cui ci rimane in testa il motivetto di una marca di dentifrici o detersivo per pavimenti anche la storiella dei bambini che soffrono è entrata piano piano nelle orecchie di tutti. E “se lo dicono dappertutto ci sarà qualcosa di vero”, dicono gli ingenui. Per tarpare i diritti dei gay si è pensato bene, in questo animalesco dibattito (che rimarrà nella storia come uno dei periodi più pelosi della politica quando si fa bieca), di usare la carne fresca dei bambini. Non ci voleva Adinolfi per capire che i bimbi (insieme alle mamme e ai marò) sono la leva più funzionale per mistificare la discussione. I bambini stanno al Family Day come i gattini a Facebook: se serve una sporta di “mi piace” basta proiettare la possibilità che possano essere tristi, infelici e isolati. Il botto è assicurato.

La tecnica è semplice e si può applicare a tutte le situazioni: esci dal merito della questione, frolla un po’ di basso spavento e una fetta di indignazione, inverti le vittime e i carnefici, sminuzza i diritti in egoismi di qualcuno, riporta esperienze (false) così numerose da essere potabili e agita la coda della catastrofe imminente. Impastare bugie a forma di verità è un gioco di ingredienti e soprattutto di quantità: litri di bugie versate dappertutto fino alla sensazione di sdrucciolare. Funziona applicato ai “bambini dei gay” ma anche all’innocenza di Andreotti, al libero mercato o al rispetto della Costituzione: conta la sensazione. E basta.

Così siamo finiti ad ammaestrare sensazionalismi pur avendo perso il tatto delle situazioni: discutiamo di qualcosa qualsiasi ritenendoci portatori delle esperienze degli altri senza preoccuparsi che ne esistano in giro qualcuno degli “altri” che ci siamo (o ci hanno) martellato in testa. Avete sentito in questi giorni qualche studio scientifico a supporto delle tesi in discussione? Nessuno. Ci hanno convinto che l’opinione certificata dalla professione debba bastare: un pediatra diventa “alcuni pediatri”, una madre diventa “molte madri”, un prete diventa “la Chiesa”, un luogo comune diventa un “sentire diffuso”. E continuiamo così, di seguito, a parlare di niente.

In Parlamento ci sono già i numeri perché passi la legge sulle unioni civili. Ci sono i voti, semplicemente. E banalmente serve solo che il teatrino della minoranza (chiassosa ma minoranza, retrograda minoranza rispetto al resto del mondo) possa fingere di fare rumore per dare l’idea di combattere. Alfano e i suoi servono fingendo di non esser servi, i soliti bigotti (pediatri, dentisti, preti, insegnanti o personaggetti che siano) si ritagliano lo spazio per posizionarsi e tutti gli altri si sorbiscono quest’aria malsana di veleno sparso. Spara una bugia ma sparala forte. Combatti quel poco che basta per far comparire una coccarda appesa al petto. Altro che antipolitica: siamo nell’era dell’affettività stuprata dall’esibizionismo. E ce la vorrebbero insegnare, pensa te, l’affettività.

Buon venerdì. Anche al prossimo che oggi si inventerà un cazzata qualsiasi per poter dire “io c’ero”, io “ho combattuto”. E chissà che desolazione gli verrà a dio, a guardare quaggiù tra frati impagliati, preti che augurano la morte e obiettori per acquiescenza.

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