Riecco Frank Underwood e sua moglie Claire, con i loro intrighi, accordi, scontri, perversioni, morti. La quarta serie di House of Cards è disponibile da oggi su Netflix e ci porta dritti nella campagna elettorale del protagonista, l’ex speaker della Camera divenuto presidente senza essere eletto. Stavolta Kevin Spacey/Underwood è alle prese con il consenso e con il tentativo di tornare alla Casa Bianca votato dagli elettori. I trailer che lanciano l’appuntamento ci fanno intuire che tra i vari ostacoli che Underwood dovrà superare per riuscirci (è già prevista la produzione di una quinta serie) c’è proprio sua moglie, che, alla fine della terza serie, fa saltare l’accordo su cui si reggeva la loro coppia e che sembra sempre più stufa di essere imbrigliata nel ruolo di first lady, soprattutto dopo aver perso il posto di ambasciatore alle Nazioni Unite.
La quarta serie è dunque quella della guerra interna a casa Underwood, i due non sono quasi mai assieme sullo schermo e Claire cerca di conquistare il proprio spazio autonomo sulla scena politica americana con l’aiuto di alcune donne, tutte new entry nel cast. Tra queste c’è anche Neve Campbell, protagonista alla fine degli anni 90 della serie cult horror Scream. Di fronte al complotto il presidente darà i numeri e spesso le allucinazioni prenderanno il posto dei monologhi rivolti direttamente al pubblico ai quali ci eravamo abituati nelle scorse stagioni.

Vi siete chiesti perché Donald Trump è così forte e vincente quando spara addosso a Washington? E perché tra le mille serie tv americane, una tra quelle che più ha fatto discutere in Italia sia proprio House of Cards? È un caso da studiare: molte parti del racconto che vede Underwood protagonista rimandano ai meccanismi e alle procedure astruse della politica e delle istituzioni statunitensi. Eppure funziona anche qui. Le due domande hanno la stessa risposta.
Dal 2011 a oggi la percentuale più alta di approvazione del Congresso è 20% (oggi siamo sotto il 15). Ovvero 8 americani su 10 disapprovano quel che succede a Washington. Obama, che va meglio, non supera il 50% da tempo. E il fatto che Hillary sia in corsa e che i suoi nemici repubblicani continuino a dipingerla come una persona disonesta e falsa, che venderebbe sua nipote pur di tornare da presidente alla Casa Bianca è tutto parte del successo di Donald Trump e prima di lui Obama e del Tea Party: chiunque dica Hollywood è marcia e io la cambierò, se è nuovo in città, avrà un suo momento di gloria. Cosa c’è di più simile a questo ritratto trash repubblicano della ex first lady se non Claire/Lady Macbeth che vuole prendere il posto del marito? Nell’anno elettorale che c’è di meglio che produrre una serie sulla campagna con una donna per protagonista? 
C’è un pezzo di America che guarda a Washington come un luogo di intrighi, persone disoneste, peccatori, assassini. House of Cards è la trasposizione di quell’immaginario in puntate Tv. C’è un elettorato che vota Trump perché pensa che Washington sia il punto di incontro tra Sodoma e Gomorra. C’è un altro elettorato che crede che il potere delle lobby finanziarie, delle armi o agroalimentare abbiano il controllo totale sugli atti legislativi. Questo secondo elettorato vota Sanders, è più colto ma un pochino gode anche lui nel guardare a Frank e Claire Underwood come alla rappresentazione di un potere marcio fino al midollo.

E a guardare il dibattito Tv di ieri notte tra Trump, Rubio, Cruz e Kasich (l’unico dignitoso tra i candidati repubblicani, quello più indietro nei sondaggi) è difficile non pensare a una versione grottesca di House of Cards: Rubio, il bravo ragazzo, insulta il miliardario newyorchese, che risponde alludendo a una battuta sulle sue mani piccole fatta dall’avversario: «Ha alluso alle mani ma poteva alludere ad altro, guardate le mie mani, non sono piccole e non ho problemi altrove». Come se essere campioni del mondo tra le lenzuola (un attributo che Trump si intesta) fosse determinante per guidare la prima potenza mondiale. Tra repubblicani è guerra totale, con Trump che è un candidato grottesco e vincente e tutti gli altri che hanno cominciato a giocare al suo gioco: insulti, attacchi, poca sostanza, per cercare di acciuffarlo nei sondaggi. Se questo è quel che ci vogliono mostrare, penserà l’elettore X americano, chissà cosa non vediamo.

Lo stesso discorso vale per noi: non sono solo Kevin Spacey e Robin Wright a bucare gli schermi dei nostri salotti, ma è quell’immaginario “tutto uno schifo” che aleggia sulle nostre teste da anni – e che ha portato il Movimento 5 Stelle al 25% e Renzi a prendersi il Pd – che ci fa apprezzare gli intrighi di House of Cards. La telenovela Bunga-Bunga, i governi non eletti in serie e il cinismo connaturato al cittadino-elettore-telespettatore hanno fatto il resto. E così, invece di entusiasmarci per altro, ci siamo appassionati per il Riccardo III in veste moderna interpretato da Kevin Spacey.

Poi ci sono tutti i cinici appassionati di cinismo che si identificano con Frank Underwood e nella frase che dice alla fine del primo trailer di lancio della quarta serie di House of Cards: «Si dice che abbiamo i leader che ci meritiamo. Io credo che l’America si meriti Frank Underwood e in cuor vostro sapete che ho ragione».

Commenti

commenti