In questi giorni – e fino al 19 marzo – in Laguna è in corso la sesta edizione del Ca’ Foscari Short Film Festival. Mentre nel suggestivo auditorium Santa Margherita si succedono i 30 corti in concorso, ci soffermiamo su uno dei tanti fuori programma: la proiezione di Reality, il docufilm del regista newyorkese Steven Lippman, pubblicato nel 2003 e ispirato all’omonimo album di Bowie.

Ventotto minuti girati in pellicola in cui il Duca Bianco intervista se stesso. Le domande – in realtà sono di Lippmann e le risposte sono aperte. Nessuna sceneggiatura. Nessun accordo, Totale improvvisazione, o almeno fino alla seconda parte del film, quando la cabina di auto-interrogatorio di Bowie lascia il posto a un bosco suggestivo e surreale. In pieno stile Bowie. Ne abbiamo parlato con Michele Faggi, direttore di Indie-eye e appassionatissimo bowieniano.

DAVID BOWIE "Reality" from Steve Lippman/FLIP on Vimeo.

Michele, hai portato qui a Venezia Reality, è la prima proiezione in sala in Italia e in Europa. Come hai fatto?

Era un tassello che mancava in Italia e in Europa. Ci sono riuscito perché, in occasione di un’intervista, ho conosciuto il regista Steven Lippman. Sai, è da molti anni che faccio degli approfondimenti su David Bowie…

E infatti conosci ogni singolo dettaglio. Come mai?

Ricordo solo che uno dei primi vinili acquistati in vita mia è stato Diamond dogs. Da lì è nato un amore sconfinato, ma non so davvero dirti il come e il perché!

Torniamo a Reality. Perché è imperdibile?

Contiene numerosissimi collegamenti. Prendi la parte di “Bring me the disco king”, in cui Bowie si scava la fossa da solo, poi si sdoppia e vede se stesso esanime. A me ha subito ricordato “Ashes to ashes”, un vecchio video in cui un Bowie a metà tra Pierrot e Pinocchio uccide le sue creature (i suoi personaggi), incluso l’arcinoto Major Tom. E poi c’è anche “Please mr. Grave Digger”, , dove chiede a un becchino – alle prese a seppellire bambine – il piacere di scavargli la fossa.

 

Puro gusto del macabro?

No di certo. Per me è stato il suo modo di dirci di non legarci troppo ai suoi personaggi, un modo di manifestare la volontà di staccarsi dai suoi stessi personaggi. È come se ci avesse detto: io non sono i personaggi che interpreto. Un gesto di grande responsabilità e consapevolezza.

È proprio la consapevolezza di Bowie, infatti, che spiazza. Reality è del 2003, e Bowie ci spiega il suono dell’aldilà, guardando dritto in camera: è il suono di porte che si aprono. Il che, ascoltato adesso, post mortem, ha il suo bell’effetto…

E pensa che Lippmann mi ha raccontato un aneddoto incredibile su quel passaggio. In pratica, mentre giravano, si è aperta per caso una porta del teatro. Bowie con grande ironia, tra le risate generali, ha esclamato che fosse proprio quello il suono. Il cigolio della porta, una sorta di suono da film horror anni 70. Era indiscutibilmente un maestro, anche dell’ironia.

Come ti spieghi che Bowie sia sopravvissuto a ogni epoca e ogni età. Persino alla morte, forse…

Per la sua capacità multiforme di occupare spazi creativi. Anche nel tempo. Non troverai mai un Bowie uguale o somigliante all’altro. E non è semplice eclettismo, è qualcosa che parte da quella concezione anni 70 della centralità dell’autore. In molti, in questi anni, lo hanno accusato di essere un accentratore. Ma in realtà era un accentratore sì, ma dava in pasto agli altri quello che creava. È stato in continua evoluzione, del resto è sua la frase: «Il rock’n’roll è un decrepito cabaret».

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