Gli attacchi di Bruxelles, la strage allo stadio in Iraq e altre passate o a venire ci indicano come Daesh sia divenuta una presenza diffusa e diversificata nelle vite di molti Paesi. Foreign fighters di ritorno, cellule terroristiche locali come quella che ha organizzato l’attentato suicida nei pressi di Baghdad e poi addentellati in Pakistan e giuramenti di fedeltà fatti da gruppi africani o asiatici.
Ma in Europa quanto è grande la rete di Daesh? Come funziona e quanto è comandata dal centro? È vero che gli attentati in serie sono una risposta alle sconfitte militari in Siria e Iraq? Difficile a dirsi. Ma qualche informazione in fila di può mettere, partendo da un parallelo interessante che troviamo su Foreign Affairs: l’Isis non è solo un gruppo terroristico, ma anche uno Stato sponsor del terrorismo, un po’ come è avvenuto per la Libia, la Siria o l’Iran in anni ormai lontani. Per i gruppi di foreign fighters è utile e buono avere una base dalla quale attingere risorse, armi, collegamenti, logistica, addestramento, know-how militare – l’esperienza degli afghani di molte provenienze e degli iracheni, specie gli ufficiali di Saddam. Depotenziare la forza dello Stato con capitale a Raqqa è quindi un buon obbiettivo anche per fermare la capacità di Daesh di colpire in Europa. Ciò detto, qui in Europa la partita è un altra.

Su The National, media in lingua inglese con sede ad Abu Dhabi, leggiamo che in Europa l’Isis starebbe cercando di reclutare e riattivare le cellule dormienti di al Qaeda per rendersi più internazionale di quanto già non sia e svincolare la propria attività terroristica dai destini del Califfato inteso come entità geografico-statuale – la cosa sembra anche credibile da alcuni elementi emersi dalle indagini sugli attentati di Bruxelles.

Ma quanto è grande la rete terroristica?
Martin Chulov ha scritto su The Guardian qualche giorno fa che prima degli attentati di Parigi, la leadership di Isis si sarebbe riunita e avrebbe deciso per un cambio di strategia: dare meno importanza alla crescita del Califfato tra Iraq e Siria, specie dal momento che le offensive russa, americana, di Assad, irachena e dei curdi crescevano di intensità. Meglio portare il caos altrove, combattere il nemico infedele ovunque. Questo sarebbe quello a cui stiamo assistendo. E a giudicare dalle indagini che hanno portato ad arresti e messo in luce connessioni in Francia, Belgio, Olanda, Italia, Svezia, la rete esiste, è radicata e capace di colpire (qui un buon riassunto dei collegamenti fatti a oggi da Il Post). I combattenti stranieri di ritorno sarebbero circa 1200, qualche altro migliaio (massimo 5mila) potrebbero tornare. Ma molti saranno morti e altri non proveranno mai a rientrare.
Un’analisi del Financial Times per la quale Sam Jones ha sentito diversi esponenti di alto rango delle agenzia di intelligence europee e non solo ci indica diverse cose. La prima è che fino a giugno dello scorso anno, quando in Kuwait e Tunisia una serie di attacchi fecero strage, non era chiara la capacità dell’Isis di colpire lontano da casa. «Pensavamo che il loro focus principale fossero i nemici prossimi a loro e che i video contro l’Occidente fossero soprattutto propaganda destinata a motivare eventuali piccoli gruppi o lupi solitari» spiega un funzionario dell’MI5 britannico (i lupi solitari reclutati sono ad esempio quelli di San Bernardino, negli Usa). La rete è in realtà molto più ampia, ma non prende ordini direttamente dal comando centrale. Le centinaia di combattenti stranieri tornati in Europa hanno stretto relazioni con Raqqa, ma la casa-base tende a dare direttive generali che poi le singole cellule terroristiche, magari in contatto con unità militari o singoli capi o gruppi all’interno del Califfato, agiscono e programmano per conto loro. I gruppi di sostegno, le reti che hanno contribuito a far arrivare i combattenti stranieri in Siria – gli appoggi in Turchia, i fabbricanti di documenti, chi trova denaro, ecc – oggi funzionano al rovescio, diventano la base di sostegno dei combattenti, che nel frattempo hanno imparato la guerra e gli esplosivi e diventano i terminali offensivi di reti pre-esistenti.

Come mai la Francia e il Belgio?
Si è detto moltissimo delle banlieue parigine e di altre città, e della scarsa capacità belga di tenere sotto controllo la propria crescente legione di foreign fighters. Il Belgio è lo Stato con più foreign fighters pro-capite. Attenzione però, la maggior parte delle reclute non viene dalla Vallonia, la zona più povera del Paese. Non è solo questione di marginalità socio-economica. Certo, c’è l’influenza dell’Islam wahabita, portato nel Paese dai soldi sauditi. E poi? William McCants e Christopher Meserole hanno un’ipotesi suggestiva, che loro stessi dicono essere solo tale e che stanno verificando con numeri e interviste: il problema è la francofonia. Guardando ai dati e alla provenienza dei combattenti stranieri hanno notato come i giovani delle città francofone ad alta disoccupazione siano i più propensi a radicalizzarsi. Una spiegazione che danno – oltre a quelle ovvie: disoccupazione e densità urbana che permette collegamenti – è la cultura politica francofona. Francia e Belgio sono i due paesi più aggressivi nella volontà di imporre le regole della laicità dello Stato. Sono gli unici ad aver vietato il velo nelle scuole, ad esempio. La voglia di rivalsa contro una cultura che si impone su quella che viene percepita come la propria è quindi un possibile fattore aggiuntivo.

Cosa cerca l’Isis in Europa?
Il caos. O meglio, creare e generare terrore e confusione, qui nel Vecchio continente e nei Paesi del mondo dove colpisce. Spaventare le società occidentali, generare reazioni brutali che cementino l’idea che questa è una società che odia l’Islam e che l’unica cosa da fare sia combatterla. Il caos come forma di reclutamento, insomma. Reagire in maniera eccessiva, manifestare contro l’Islam (come i geni di estrema destra delle foto qui sotto hanno fatto a Bruxelles), far crescere il livello di intolleranza contro gli stranieri, respingere i profughi in fuga dalla guerra sono dunque tutti favori al Califfato, modi per dimostrare che l’idea di Europa che vende la sua propaganda è reale. La leadership di Daesh conosce e sa leggere bene la politica europea e agisce di conseguenza in maniera intelligente. I governi europei molto meno.

Right wing demonstrators protest at a memorial site at the Place de la Bourse in Brussels, Sunday, March 27, 2016. In a sign of the tensions in the Belgian capital and the way security services are stretched across the country, Belgium's interior minister appealed to residents not to march Sunday in Brussels in solidarity with the victims. (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

A spiegare bene questo concetto ci pensa il giornalista francese Nicolas Henin, ostaggio di Isis per dieci mesi, che in un’intervista radiofonica alla Wnyc dice (la traduzione è una sintesi): «Assad e l’Isis hanno bisogno l’uno dell’altro. Il Califfato beneficia delle stragi e della brutalità del governo di Damasco, spiegando ai sunniti siriani: vedete? Noi siamo brutali abbastanza da proteggervi. Viceversa per Assad la presenza dell’Isis è un’assicurazione sulla vita: più abbiamo paura di loro e meno faremo per contribuire a favorire una transizione». Stesso meccanismo per noi: «Nell’elevare l’Isis a male assoluto facciamo un favore e contribuiamo al reclutamento: se sei un giovane della periferia di una città europea e ti vuoi ribellare, ti avvicini a certe idee e vedi che i nemici dell’Occidente sono considerati feroci, penserai di andare con loro. Molti di quelli che partono pensano di guardare un film e di andare a parteciparvi. Noi dovremmo filmare un altro film, creare altri eroi e cambiare l’immaginario di certe persone. La gente vuole essere eroica, essere riconosciuta, essere qualcosa, qualcuno e la nostra società non consente loro una chance».

L’intervista a Henin in inglese è qui sotto

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