Firenze si sveste!, è lo slogan di uno sciopero-manifestazione che si svolge questa mattina a Firenze. “Si sveste” perché in effetti riguarda un’azienda di abbigliamento, uno dei marchi che vanno per la maggiore, la Guess, ma che, in maniera simbolica riguarda molte industrie del comparto moda che hanno sede nella provincia fiorentina. La protesta di oggi, spiega Bernardo Marasco, segretario della Filctem Cgil di Firenze, nasce dalla decisione della Guess di trasferire in Svizzera, a Lugano il centro “stile” e produzione, in tutto 90 persone. Il corteo partirà alle 9 da via degli Speziali davanti al negozio Guess per poi arrivare alle 11 in via dei Tornabuoni, davanti al ponte Santa Trinita. «È uno svuotamento dell’attività che si è sempre svolta qui da noi, poiché rimarrebbe solo il commerciale», dice Marasco.

Ma il caso Guess è solo uno degli ultimi che investono il settore moda in quello che da sempre è un distretto “vocato” per natura. La moda e il fashion sono iscritti nel Dna della piana di Firenze con 12mila addetti tra quelli impiegati nelle aziende “madri” e in quelle dell’indotto, non sono uno scherzo. Gucci, Ferragamo, Fior, Celine, Prada, Luis Vitton, solo per fare qualche nome, si nutrono delle professionalità fiorentine.
Da qualche tempo si vedono segnali particolari. O meglio, segnali che parlano di «un vero processo di ristrutturazione con rilocalizzazioni, il cosiddetto re-shoring, il rientro di attività che però necessitano di un governo. Questo processo non va lasciato al caso», sottolinea il sindacalista della Cgil.
Ma ecco perché lo stato di salute della moda desta preoccupazione. In qualche anno diversi marchi hanno lasciato la provincia, «come Calvin Klein, due anni fa, Allegri 6 mesi fa, mentre per Cavalli è in piedi una vertenza di notevole difficolta», racconta Marasco. Sono 38 gli esuberi per lo storico marchio fiorentino che porta il centro stile a Milano. «Non abbiamo ancora un piano industriale per Cavalli», continua il sindacalista. Difficoltà ci sono anche per Braccialini che è interessata a una cassa integrazione straordinaria.
Ma il problema maggiore è la dimensione del fenomeno e la mancanza, secondo l’analisi di Marasco, di “un governo” del processo. Sta accadendo che alcuni marchi, nati da imprenditori locali, una volta cresciuti per dimensioni vengano a loro volta controllati da fondi esterni, che non hanno più l’interesse a mantenere il rapporto con il territorio. «Dall’altra parte notiamo che il rapporto delle griffe con il brand Firenze è sempre meno stretto e che viene considerato sempre meno fattore distintivo. Si considera più importante la qualità del processo industriale», continua il sindacalista. Questa sarebbe l’occasione quindi per creare anche nuovo sviluppo. Perché i marchi che ritornano – e ce ne sono – hanno bisogno di manodopera specializzata anche nel lavoro artigianale di qualità. «E allora si tratta di investire. Le istituzioni devono promuovere una politica di qualificazione del polo della moda fiorentino. Sia attraverso una basilare campagna di tracciabilità e legalità delle aziende ma anche soprattutto attraverso la formazione di nuove figure professionali».

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