«Si è dimessa Federica Guidi. Ministro dello Sviluppo economico del suo fidanzato». La battuta è di Altan, nella vignetta su Repubblica. Federica Guidi si è dimessa e la speranza di palazzo Chigi è che la crisi sia così arginata. Le opposizioni però paiono non volersi accontentare del passo indietro – peraltro senza infamia ma avvenuto con uno scambio di lettere piene di stima con il premier. Contano i voti sulla mozione di sfiducia all’intero governo (tra i sì annunciati c’è anche Sinistra Italiana) e puntano il mirino su Maria Elena Boschi, come fa soprattutto il Movimento 5 stelle.

Anche Giuseppe Civati dice che «bisogna fare luce sul coinvolgimento del governo e del ministro Boschi». E Renato Brunetta non si fa sfuggire l’occasione per gridare contro il governo Renzi, lui che in Forza Italia è quello che mai ha avuto la tentazione di collaborare con palazzo Chigi. «La notizia», è la lettura di Brunetta, «non sono le dimissioni di Federica Guidi, la notizia è che non si sia dimessa la ministra Boschi, perché ricordo a me stesso e ricordo a tutti che i maxi emendamenti alla legge di Stabilità li firma il ministro per i Rapporti con il Parlamento, e cioè il ministro Boschi».

E così palazzo Chigi e il Pd renziano devono organizzare una compatta difesa – che punta sul minimizzare non solo il ruolo di Boschi ma anche la gravità dello stesso emendamento, che Renzi anzi rivendica in quanto dava al governo la possibilità di ignorare i vincoli posti dalle amministrazioni locali su opere di particolare rilievo. Devono avviare la controffensiva, i renziani, anche perché il caso Guidi è carburante buono per la minoranza dem: «La direzione Pd di lunedì prossimo», dice ad esempio Federico Fornaro, «deve dare risposte chiare ai nostri elettori che giustamente pretendendo che certi comportamenti non abbiano cittadinanza in governi di centro-sinistra: su onestà e trasparenza non vi possono essere zone grigie».

Sulla difesa di Boschi, in particolare, però, è Gianfranco Rotondi, vecchia volpe del Parlamento, che ben sintetizza il punto. «C’è chi può, e chi non può», scrive. E la «Guidi non può». Spieghiamo il ragionamento. Federica Guidi era una potente, sì, ma una potente figurina, buona nell’album del cambiamento di Renzi, che voleva una donna, giovane e imprenditrice (e nulla cambia se ereditiera, come nel caso specifico) per dare un aspetto moderno al paludato palazzo del ministero dello Sviluppo economico, a metà di via Veneto. Renzi con Guidi ha fatto esattamente quello che ha notato, critico, Enrico Rossi («Ha replicato quella che è ormai un’abitudine, strana, per un partito di sinistra: appaltare agli imprenditori il governo dell’economia») ma lo ha fatto anche per ragioni di immagine, non solo per fede marchionniana. Se l’immagine a un certo punto ne risente, Guidi può andare via e trasformarsi così nell’occasione per dimostrare che lui, chi sbaglia lo manda via. Manda via Lupi, manda via Guidi. Boschi invece no, perché Boschi può. Boschi ha sempre più in mano l’organizzazione del renzismo, ha in mano tanto per capirci i comitati referendari, che il suo gabinetto sta facendo nascere.

Commenti

commenti