Quello che sta avvendo in Italia ha un interesse che supera le Alpi, va oltre i confini nazionali. Una sinistra sta provando a governare contro le idee di sinistra, facendo propri i dettami del neo liberismo, ideologia del capitalismo finanziario che domina l’occidente e gran parte del pianeta. Da qui derivano jobs act e Sblocca italia, fastidio per i sindacati e incentivi a pioggia per le imprese, l’emendamento che favorisce Total e la svalutazione dei contratti e del lavoro.Questa “sinistra” pretende di fare gli interessi generali, affermando la priorità della politica. Non, beninteso, con l’ambizione di cambiare l’ordine mondiale o la Costituzione materiale dell’Europa, ma per difendere il sistema Italia. Da ciò discende lo sbattere i pugni sul tavolo chiedendo più flessibilità, il sì all’accordo con la Turchia in cambio di aiuti anche al nostro Paese, il tentativo di concentrare ogni risorsa nelle mani del governo che redistribuirà sotto forma di decontribuzione fiscale e di bonus.

Una tale concezione della politica sottende la riduzione dell’esercizio della democrazia alla semplice scelta del governo. Si voti un premier cui affidare, per cinque anni, il ruolo di sindaco della nazione. Le maggioranze siano espressione di un’unica volontà politica, alle minoranze resti un diritto di tribuna. Il tentativo di non far raggiungere il quorum il 17 aprile, come quello di trasformare il referendum costituzionale d’ottobre in un plebiscito pro o contro Renzi, derivano dalla stessa filosofia.

La narrazione e il controllo dei media diventano decisivi. Per infondere ottimismo, propagandare l’efficacia delle riforme, rappresentare all’opinione pubblica i rischi connessi al populismo, termine dentro cui si fa rientrare ogni critica, di destra o di sinistra, allo stato presente delle cose, alle scelte della comunità internazione e a quelle del governo nazionale. Ottimisti contro gufi. Quanto alla magistratura si occupi di perseguire le “mele marce”, ma senza chiedersi perché il politico o l’amministratore abbiano favorito quel tale interesse. Senza indagare “il sistema”: conta prendere .chi si riesce a prendere. con le mani nel sacco, con i tasca i soldi che ha preso direttamente.

Questa è, in estrema sintesi, la realtà delle cose, questa la “politica” con cui fare i conti. E chiunque voglia criticarla, con qualche ragionevole speranza di incidere, deve rispondere a due domande: se stia funzionando o no e quale sia l’alternativa. Purtroppo non sta funzionando. L’uscita dalla crisi che il capitalismo oggi può promettere è marcata da una forte sperequazione sociale, dalla disoccupazione cronica soprattutto tra i più giovani, dalla scarsa fiducia nel futuro di risparmiatori e investitori. In più, eliminati i corpi intermedi, la solitudine di chi governa si consegna a una burocrazia inefficiente e corrotta e spesso all’intermediazione criminale.

Quanto all’alternativa, i pezzi del puzzle ci sarebbero tutti: cambiare i trattati per costruire un’Europa dei diritti e del welfare. Potenziare ogni forma di consumo collettivo, di fruizione del bene comune. Orientare la politica intustriale: energia alternativa, sostegno alla ricerca e all’innovazione, graduale rinuncia ai settori che sanno produrre plus valore solo deprimendo i salari e truccando le commesse. Poi è indispensabile ricostruire dal basso una forte partecipazione democratica, un vero controllo popolare. Ma ci vuole coraggio, molto coraggio!

Questo articolo continua sul n. 15 di Left in edicola dal 9 aprile

 

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