La sorprendente corsa di Bernie Sanders è quasi giunta al capolinea. E quella di Hillary Clinton è ancora tutta in salita, anche se, come ha detto dopo aver vinto, riferendosi a New York, «Nessun posto è come casa». Quanto al partito repubblicano che sta cercando in tutti i modi di intralciare il cammino di Donald Trump, beh, il gradasso miliardario newyorchese, si è preso una rivincita.

La corsa democratica

L’ex segretario di Stato e l’imprenditore del mattone avevano bisogno di una vittoria convincente, l’una, e di un trionfo l’altro e New York gli ha regalato quel che serviva. Hillary ottiene una vittoria convincente in termini di risultato (57,9% a 42,1%), interrompe la serie di Bernie e, quel che conta di più, fa un passo in avanti nella conta dei delegati. A ogni Stato che passa la matematica le sorride. Sanders aveva promesso una vittoria, aveva riempito molte piazze con folle di giovani, ottenuto sostegni di personaggi cari a New York City, ma non è riuscito a smentire i sondaggi, come aveva fatto in Michigan. Tra l’altro in una primaria che ha visto una partecipazione piuttosto alta (quasi un milione e ottocentomila persone hanno votato). Hillary stravince tra gli afroamericani, tra chi ha meno reddito, si prende la metà di chi si definisce liberal (una sorpresa, sono le persone più di sinistra) e di chi dice di essere preoccupato per il lavoro e l’economia. Sanders vince di misura tra i bianchi e tra coloro che ritengono che le diseguaglianze siano il più grande dei problemi. E, come sempre, tra i giovani under 29.

Interessante da notare: Hillary ha vinto New York City con un ampio margine. Sanders ha vinto qui e la in altre contee dello Stato, quelle più bianche e un po’ conservatrici. Ancora una volta, insomma, Bernie ha mostrato di avere un potenziale di catturare un voto che in questi anni è distante dai democratici, un voto che potrebbe anche, in minima parte, scegliere Donald Trump – ma mai Ted Cruz. Clinton resta fortissima tra le minoranze.

Nel discorso di ringraziamento ai sostenitori Sanders ha detto: «Tre milioni di indipendenti non hanno potuto votare, non è giusto». È vero che se gli indipendenti avessero potuto partecipare al voto, Bernie avrebbe avuto più chance, ma è altrettanto vero che le regole non sono cambiate, si è sempre fatto così e che registrare le persone come democratiche è un lavoro che le campagne devono fare quando le regole lo impongono (negli Usa ci si registra al voto dichiarando la propria appartenenza a un partito o come indipendenti, ogni sttao ha regole diverse per quanto riguarda le primarie, a volte possono votare tutti, a volte solo i registrati per il partito per il quale si vota). Insomma, per la prima volta Sanders se la prende con le regole come se fossero sate volute da Clinton o dai poteri forti contro di lui, è il primo segnale di un comportamento da sconfitto. Bernie continuerà a vincere Stati, ma la settimana prossima è destinato a perdere in almeno tre o quattro. Certo è che alla convention lui e i suoi alleati si faranno sentire, condizionando l’agenda del partito.

Clinton resta la persona da battere, anche per la sfida vera, ma ha un disperato bisogno di un colpo di scena, qualcosa che ne migliori l’immagine, un’idea di campagna nuova. Hillary ha la fortuna di avere contro Trump o Cruz (a meno di enormi colpi di scena alla convention), ma se contro avesse un candidato moderato e capace, con le idee e il modo di presentarle avuto fino a oggi, sarebbe molto dura per lei vincere. La sua forza è essere donna ed esperta, la sua debolezza quella di essere vista come cinica, affamata di potere e troppo vicina ai poteri forti. Nessuno si sente in sintonia con lei, mentre la forza di Sanders è stata proprio quella di generare simpatia, di essere visto come uno che sente i tuoi bisogni e vuole battersi per te. Quando la corsa è cominciata il vantaggio di Clinton su Bernie era immenso, oggi è di due-quattro punti a livello nazionale: segno di una campagna sbagliata e di un candidato che al momento è debole. Deve trovare una strada. Intanto la settimana prossima si avvicinerà talmente al numero di delegati necesario per ottenere la nomination che avrà modo di pensare, senza avere più l’ansia di essere raggiunta da Sanders.

Le reazioni dei candidati

La corsa repubblicana

Per ottenere molti delegati Trump doveva vincere con più del 50% per ottenere una maggioranza dei delegati in palio. Ha preso il 60% e il suo avversario Ted Cruz è arrivato terzo con il 14,5%. Trump si prende 95 delegati, Kasich 3 e Cruz 0.

Nelle ultime settimane la campagna del miliardario newyorchese ha moderato leggermente i toni, licenziato un paio di figure controverse e assuno professionisti del mestiere e i risultati si sono visti. Certo, New York è casa per Trump e qui ci sono repubblicani che non vogliono tasse ma che non hanno l’ossessione di vietare l’aborto o vietare il matrimonio alle persone dello stesso sesso. I “valori di New York” contro i quali Ted Cruz si è scagliato in passato sono vivi e vegeti, anche per le persone di destra. In un discorso della vittoria pacato, Trump ha detto: «Abbiamo 300 delegati più di Cruz, è bello vincere delegati con i voti, nessuno dovrebbe ottenere delegati con i voti, serve tornare al sistema si vota e chi vince ha vinto».

La polemica con il partito repubblicano, che si prepara a tentare di eliminarlo in una convention nelal quale trump non abbia il 50% più uno dei delegati è chiara, ma pacata. Trump non urla ma spiega: sto vincendo io (e la settimana prossima vincerà ancora, si vota in Stati simili a New York in termini di elettorato repubblicano) e fareste meglio ad allinearvi invece che continuare questo gioco al massacro. Vedremo se i repubblicani decideranno di dare l’immagine di partito diviso o si accoderanno. Cruz ha detto, facendo già campagna in Pennsylvania, «è l’anno degi outsider», mentre il moderato Kasich torna a ripetere l’argomento più serio che ha: «A novembre sono la fugira più adatta a vincere contro i democratici». Peccato per lui che la base del partito repubblicano non la pensi come lui.

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