Oggi è la festa del lavoro. E forse la parola merita un po’ di attenzione. Soprattutto quando si vive un periodo di crisi in cui il lavoro manca oppure è sempre più precario e parcellizzato.
A meritare attenzione è la Storia, come ci siamo arrivati a festeggiare il lavoro? Alzi la mano chi se lo ricorda.

La festa nasce negli Stati Uniti, il primo maggio 1886, durante una accesa battaglia per conquistare le otto ore di lavoro si tennero decine di manifestazioni in tutto il Paese e a una manifestazione a Chicago e due lavoratori morirono durante un picchetto; due giorni dopo la polizia sparò sulla manifestazione di protesta. Da allora fu deciso di ricordare con una festa quella battaglia sindacale. In Europa la festa del primo maggio venne decisa dalla Seconda Internazionale nel 1889 e due anni dopo sbarcò in Italia. Paradossalmete, negli Usa, che sono all’origine della festa, il Labor Day si celebra il primo lunedì di settembre (lo si faceva già pochi anni prima dello sciopero di Chicago).
La festa è legata dunque alla faticosa conquista di diritti. 

Strikers March at the Fleetwood Plant in Detroit.

Uno sciopero a Detroit

E, sempre ripercorrendo la Storia, sul lavoro, la Costituzione promulgata nel 1948 ci ha costruito addirittura il primo articolo: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, recita il primo comma. È la definizione dello Stato, il suo Dna. Gustavo Zagrebelsky gli ha dedicato il bellissimo saggio Fondata sul lavoro (Laterza 2013), che merita davvero di essere letto.

Il lavoro come essenza della democrazia, decisero i Costituenti nell’autunno del 1946 quando si discuteva accanitamente della Carta della Repubblica. Oggi, leggendo quelle parole forse utopiche si prova una sensazione strana, se solo si considerano le cifre della disoccupazione, soprattutto giovanile (37,9 % rispetto al 22 % della media europea). Ma allora le cose andarono così e i Costituenti non si sentivano certo “strani”.
I verbali dell’Assemblea costituente sono affascinanti (qui) il dialogo tra personaggi come La Pira, Togliatti, Moro e Basso – per citarne alcuni – restituiscono il clima di un’epoca di ricostruzione, di impegno e di grandi fratture ideologiche destinate a durare. È il 16 ottobre 1946: si tratta di decidere cosa scrivere in quel fondamentale articolo che disegna la fisionomia della nuova Repubblica. Si entra nel vivo del dibattito. E il cattolico Giorgio La Pira propone il seguente articolo: «Il lavoro è il fondamento di tutta la struttura sociale, e la sua partecipazione, adeguata negli organismi economici, sociali e politici, è condizione del nuovo carattere democratico». Il presidente Tupini dichiara aperta la discussione. La Pira sottolinea che «primo, il lavoro è il fondamento degli organismi economici sociali e politici; il secondo, che il lavoratore è compartecipe consapevole di tutto il congegno economico sociale e politico, e quindi che la concezione che anima i suddetti organismi deve essere ispirata ai principî democratici». La cosa interessante è che si definisce il lavoro come fondamento degli organismi economici e sociali. Cioè, come fa notare anche Zagrebelsky il lavoro è il principio da cui dipendono le politiche economiche così come dalle politiche economiche dipende l’economia. «Oggi – scrive il giurista – assistiamo a un mondo che, rispetto a questa sequenza, è rovesciato: dall’economia dipendono le politiche economiche; da queste i diritti e doveri del lavoro».

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Durante il dibattito, il comunista Togliatti aveva lanciato come principio della Costituzione la definizione: «Lo Stato italiano è una Repubblica di lavoratori». Piacque anche ai repubblicani mazziniani ma non riuscì a passare. La parola “lavoratori” evocava troppo il partito comunista e l’Unione sovietica. Il democristiano Aldo Moro infatti fece notare che «tutti concordano sulla necessità della specificazione “Repubblica democratica”, ma non ci si può nascondere che l’indicazione proposta dall’onorevole Togliatti potrebbe apparire alla pubblica opinione come una affermazione di una particolare ideologia, di uno speciale partito».
Durante l’Assemblea Costituente si parlò molto di “lavoro della mente e del braccio” e come scrive Zagrebelsky, si misero tanti paletti dopo quel fondamentale articolo 1 per garantire gli effettivi diritti dei lavoratori. Dalla salute alla sicurezza alla dignità dei cittadini.

Senza poi dimenticare quel comma dell’articolo 3 voluto da Lelio Basso che recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

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