Da oltre una settimana un enorme incendio sta devastando Fort McMurray, nella Provincia dell’Alberta, in Canada, un’area ricca di sabbie bituminose da cui viene estratto il petrolio greggio. Lo scorso venerdì il governo canadese ha dichiarato lo stato d’emergenza, mentre il ministro della Pubblica sicurezza, Ralph Goodale, ha parlato di «situazione pericolosa e imprevedibile», visto il pesante bilancio: oltre 100.000 sfollati, 1.600 abitazioni andate distrutte e circa 17.000 persone ancora da trarre in salvo. Il centro della città è comunque rimasto intatto, e il capo dei vigili del fuoco, Chad Morrison, si è detto «molto contento» a causa di una lieve pioggia e di una diminuzione delle temperature. Per fronteggiare il fuoco sono stati mobilitati 1.100 pompieri, 145 elicotteri, 138 mezzi pesanti e 22 aerei cisterna.

La stagione degli incendi si allunga: colpa del riscaldamento globale?
Secondo gli esperti, negli ultimi anni le temperature medie dell’area sono aumentate considerevolmente rispetto alla norma. Per questo la regione sta sperimentando inverni sempre più secchi e poco piovosi, siccità e un aumento degli incendi – se ne contano 330 da inizio gennaio, più del doppio della media annuale. Secondo uno studio pubblicato da Nature Communications nel 2015, dal 1979 la stagione degli incendi si sta allungando notevolmente in tutto il mondo. Come sostiene l’organizzazione indipendente Climate Central, l’incendio di Fort McMurray sarebbe l’ultimo di una lunga serie di fatti “indicativi di un clima che cambia”. Sarà solo un caso che le la lavorazione delle sabbie bituminose sia un processo altamente inquinante – si pensi che produce oltre il 37% in più di emissioni di gas serra rispetto a quella del petrolio convenzionale?

Un'immagine colorata: in giallo le aree bruciate, in viola la foresta ancora intatta. L'area in fiamme è più grande di New York EPA/Image courtesy DigitalGlobe ©

Un’immagine colorata: in giallo le aree bruciate, in viola la foresta ancora intatta. L’area in fiamme è più grande di New York EPA/Image courtesy DigitalGlobe ©

Produzione ridotta di un quarto
La situazione rimane molto critica a causa del caldo secco e ventoso dei giorni scorsi, che ha complicato le operazioni condotte per domare il maxi-incendio. Nelle ultime ore l’area coperta dalle fiamme è quintuplicata, e fonti vicine al Governo hanno rivelato che la porzione di territorio su cui si sono estese le fiamme è pari a circa 161mila ettari. Il primo maggio, data dello scoppio dell’incendio, erano 7500 gli ettari di terra bruciata. Le cause, sconosciute, sono in corso di accertamento, ma secondo alcuni scienziati la mancanza di fulmini e fenomeni di carattere elettrostatico fanno pensare al fattore umano. Il rogo sta provocando lo stop di un quarto della produzione petrolifera canadese e rischia di causare seri danni all’economia.

Che cosa sono le sabbie bituminose
Le sabbie bituminose del nord dell’Alberta costituiscono la terza più grande riserva di petrolio del mondo i “giacimenti” dell’Arabia Saudita e del Venezuela. Conosciute anche come «tar sands», sono depositi semi-solidi di petrolio «non convenzionale» estratto attraverso un processo molto costoso e dispendioso in termini di energia, che comporta pesanti costi ambientali. Negli ultimi 40 anni oltre 300 miglia di foresta boreale e zone umide nell’Alberta sono state completamente disboscate, alterando pesantemente il paesaggio e colpendo le comunità aborigene che vivevano di caccia e pesca. Le raffinerie della zona riversano sull’ambiente circostante i propri scarti di lavorazione, tra cui liquami altamente inquinanti. Ma anche i costi sociali e sanitari sono molto gravi: Greenpeace ha sottolineato come nella zona c’è stato negli ultimi anni un preoccupante aumento di tumori e malattie auto-immuni contratte dai nativi aborigeni. Inoltre, sono aumentati anche gioco d’azzardo, abuso di sostanze, alcolismo, gioco d’azzardo e episodi di violenza familiare.

Nuove politiche con il cambio di governo
L’ex presidente Stephen Harper, sostenitore dell’economia fossile e duro oppositore del Protocollo di Kyoto – fece uscire il Canada dall’accordo nel 2011 – ha perso le elezioni lo scorso ottobre. La vittoria del liberale Justin Trudeau potrebbe rappresentare un punto di svolta: il nuovo premier si è detto favorevole a prendere in considerazione le emissioni legate alla costruzione di nuovi oleodotti. Poco dopo la sua elezione, ha inoltre sostenuto: «Dovrà essere chiaro a tutti che gli anni in cui il Canada è stato un partner recalcitrante sui temi ambientali appartengono oramai al passato». Anche la nuova governatrice di centro-sinistra dell’Alberta, Rachel Notley, si è detta favorevole ad attuare politiche di contrasto al cambiamento climatico, quindi all’imposizione di royalties più alte per petrolio e gas.

Ma le imprese continuano a investire
Tuttavia, nella regione dell’Alberta, multinazionali come Suncor, Statoil e Shell, che hanno impiegato miliardi di dollari per avviare la costruzione di impianti di lavorazione e raffinazione del greggio dalle sabbie bituminose, stanno tutt’ora avviando nuovi progetti. E difficilmente smetteranno di investire, sia per gli alti costi iniziali sia per la natura stessa di questo tipo di siti non convenzionali: a differenza di altre tipologie di estrazione – che prevedono la continua trivellazione di pozzi per mantenere stabili i livelli di produzione – questi giacimenti, una volta sviluppati, producono centinaia di migliaia di barili al giorno, per un massimo di trent’anni. Nonostante la drastica diminuzione del prezzo del petrolio e la perdita di redditività delle sabbie bituminose, il giornale ambientalista «The Ecologist» sostiene che i piani dell’industria canadese prevedono di produrre 25 miliardi di barili di petrolio nel periodo che va sino al 2050. Tutto questo dipenderà dall’andamento del prezzo del petrolio. E dal coraggio del governo del Canada. Il cui Pil dipende per il 10% dai combustibili fossili.

 

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