Tale e quale al Jobs act. La riforma del lavoro in Francia verrà imposta dal governo con un decreto che scavalca il Parlamento, aggirando così l’opposizione e i malumori di una parte del partito socialista. L’esecutivo francese invoca l’articolo 49 della costituzione che prevede l’approvazione della riforma per decreto. La decisione, è stata annunciata dal premier Manuel Valls al Consiglio dei ministri straordinario del 10 maggio: «Je le ferai tout à l’heure», ha detto  davanti ai parlamentari francesi il premier. Un colpo di scena che arriva dopo settimane di proteste.

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Parigi, 29 aprile. Mezzo milione di manifestanti protesta contro il progetto di legge El Khomri

«Chi può sinceramente temere una legge che dà più spazio e risorse per i sindacati? Una legge che migliora la capacità di anticipare le nostre imprese? Una legge che rafforza la protezione sociale dei nostri cittadini?», sono le parole del ministro del Lavoro francese Myriam El Khomri. E il progetto di legge che porta il suo nome è uno dei nodi centrali del governo socialista e del presidente François Hollande, che si è sbilanciato, vincolando la sua corsa per la rielezione all’abbassamento del tasso di disoccupazione di almeno il 10%. Come Renzi, Hollande spera che la riforma possa incoraggiare le imprese ad assumere.

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9 ottobre 2014. Il premier Renzi e il ministro del Lavoro Poletti al Senato

In Italia, intanto, il Jobs act inizia a mostrare le sue crepe: 60mila aziende hanno usufruito indebitamente di 600 milioni di euro in sgravi contributivi e dovranno restituire le cifre percepite. Lo ha reso noto la direttrice delle entrate dell’Inps, Gabriella Di Michele. In altre parole, le 60mila aziende in questione hanno fatto carte false per accaparrarsi i bonus stanziati da Renzi per il 2015 (nella Legge di Stabilità del 2015 il governo ha stanziato 11,8 miliardi per il triennio 2015-2017 in sgravi contributivi alle imprese). Come? Lo aveva denunciato da subito la Cgil Emilia Romagna, che qualche azienda avrebbe licenziato alcuni lavoratori per riassumerli con il contratto a tutele crescenti e incassare lo sgravio previsto dal governo: 8.060 euro annui a testa, per tre anni. I settori interessati sono quello agricolo, edilizio, il lavoro domestico e le piccole aziende di servizi. E sono 100mila i lavoratori, su un milione e mezzo di assunti nel 2015, che non hanno diritto all’esonero dei contributi previdenziali previsto dal governo.

La sproporzione tra le risorse pubbliche impegnate e gli scarsi effetti prodotti dagli sgravi a pioggia è notevole: dopo il calo di febbraio (-0,4 per cento, ovvero -87 mila unità), a marzo la stima degli occupati è cresciuta dello 0,4 per cento (+90mila occupati), tornando ai livelli di gennaio. Sull’anno, la variazione dei nuovi occupati è quasi nulla (+0,1).

Ultimo appunto. Quando saranno terminati gli sgravi e con essi, la convenienza delle assunzioni, le imprese potranno licenziare i neo assunti con il Jobs act, come previsto dalla legge (che non c’è più, ovvero l’articolo 18). «A pensar male si fa peccato, ma si indovina quasi sempre», è una delle massime forse più azzeccate dell’italianissimo presidente Andreotti.

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