Quel che sospettavano quasi tutti era vero. La ragione per cui l’amministrazione Obama ha evitato la pubblicazione di 28 pagine secretate del rapporto della Commissione 9/11 sugli attentati alle Torri gemelle riguarda la collaborazione tra gli attentatori e funzionari sauditi.

Questo almeno è quanto ha detto un membro della commissione stessa, l’ex Segretario alla Marina di Ronald Reagan, John R. Lehman, che ha rotto il silenzio in un’intervista sostenendo che: «C’è stata una grande collaborazione da parte di individui di nazionalità saudita con gli attentatori e alcuni di costoro lavoravano per il governo di Riad». Il rapporto, che pure è molto critico con l’amministrazione Bush, nomina solo un funzionario saudita del consolato di Los Angeles, tra le persone che fornirono aiuto a Mohamed Atta e compagni, ma Lehman sostiene che ce ne siano stati molti di più. Tra l’altro, lo stesso funzionario, che fornì sostegno a due dei dirottatori negli anni in cui risiedettero a San Diego, è stato espulso dagli Stati Uniti, ma mai processato.

La spinta per pubblicare le 28 pagine del rapporto è grande: diversi membri del Congresso lo hanno chiesto e l’intervista di Lehman aggiunge pressione. Lo scorso mese, i due presidenti della commissione 9/11 chiesero a Obama di non desecretare le pagine, aggiungendo in una dichiarazione che «l’Arabia Saudita è stato un partner nella lotta al terrorismo». Lehman sostiene invece che «dire che c’è un solo funzionario implicato nel sostegno ai dirottatori è un gioco semantico» e che la commissione è a conoscenza di almeno cinque dipendenti dello Stato saudita coinvolti, «non saranno stati condannati, ma di certo erano implicati. C’è una quantità di prove indiziarie».

Un altro membro della commissione, ha detto cose simile in forma anonima. Quel che sappiamo è che i commissari hanno litigato ferocemente sul modo in cui presentare le notizie relative ai funzionari sauditi e anche all’accesso ad alcuni documenti durante le indagini. Non ci sono e non c’erano prove di un coinvolgimento della famiglia reale o di ministri sauditi. In visita a Riad lo scorso mese Obama ha detto che la sua amministrazione si sta avvicinando alla decisione, presto leggeremo le pagine. Oppure no.

Nella intervista Lehman sostiene poi che: «Contrariamente a quanto sostenuto dal Regno, la il lavoro della Commissione 9/11 non esonera l’Arabia Saudita dal coinvolgimento nella vicenda dell’11 settembre 2001 o del finanziamento di al-Qaeda». Del resto, Zacarias Moussaoui, franco-algerino che sta scontando sei ergastoli negli Usa proprio in relazione agli attentati, lo ha sempre sostenuto. E molte delle dichiarazioni da lui fatte al processo hanno trovato riscontro: magari mente, ma non è un millantatore.

Le 28 pagine sono destinate quindi a produrre nuovi problemi alle relazioni tra Washington e Riad. Già la visita di Obama non era stata un successo: i sauditi sono furiosi per gli accordi con l’Iran e stanno – di fatto – facendo di tutto per far tornare Teheran all’isolamento – in Iraq, in Yemen e in Siria si combatte anche per questo e i due Paesi sono ampiamente coinvolti. Pubblicare le pagine alzerebbe la tensione in una fase in cui gli Usa avrebbero bisogno di raffreddare le relazioni con i loro alleati tradizionali in Medio Oriente. L’intervista di Lehman e le polemiche che ne seguiranno, sono un nuovo problema. Ma anche avere come miglior alleato un Paese che finanzia l’islam più retrivo e che – forse – è persino coinvolto nell’organizzazione di stragi sul tuo territorio, non è proprio una bella cosa.

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