Raniero La Valle è uno dei promotori del Manifesto dei cattolici del no al referendum costituzionale, “contro la democrazia dimezzata”. Giornalista,  è stato senatore per tre legislature del Pci. Secondo La Valle  la riforma Boschi rappresenta un «fatalismo costituzionale», senza alternative. O prendere o lasciare. «Ma questo è un atteggiamento culturale e politico da decodificare, da spiegare, perché non è così», dice, commentando l’articolo di Civiltà Cattolica che, pur essendo molto equilibrato, in sostanza propende per il sì la riforma Boschi. C’è da dire che Repubblica ha dedicato alla notizia un’intera pagina enfatizzando un po’ i toni.

Raniero La Valle, era prevedibile l’articolo di Civiltà cattolica?
No, non era prevedibile perché l’atteggiamento di papa Francesco è di grande rispetto per i processi interni soprattutto italiani. Ma non è una catastrofe perché, anche se questo articolo è stato presentato come una pronunzia della Chiesa come tale come sì al referendum, in realtà questa posizione è contenuta solo in un inciso dove si parla di “un auspicabile risultato positivo” del referendum. Si dice anche che il voto deve entrare nel merito di questa nuova architettura istituzionale e valutare se il motore che viene messo allo sviluppo italiano sia o no compatibile con i grandi principi e diritti stabiliti nella prima parte della Costituzione. Quindi, di per sé l’articolo è molto problematico. Certo, in quell’inciso c’è una propensione verso la riforma del governo. Però mi sembra legittimo, visto che ci sono i cattolici del no che si sono schierati da tempo per far vedere la caduta anche in senso populista e antidemocratico che la nuova costituzione può avere.

L’articolo di Civiltà cattolica e il vostro manifesto “No alla democrazia dimezzata”, quanto rappresentano due mondi diversi?
Per quanto riguarda il merito, cioè il bicameralismo, le procedure parlamentari, la riduzione della rappresentanza, la prevalenza dell’esecutivo sul legislativo, questi sono tutti giudizi su cui si è aperto un grande dibattito anche tra i costituzionalisti. Su questo aspetto il nostro giudizio è completamente diverso da quello di Civiltà Cattolica: noi vediamo dei pericoli e rischi che loro non vedono. D’altra parte c’è una certa tendenza generale dell’intero mondo culturale e politico italiano a sminuire la portata delle modifiche della legge Boschi, facendone una piccola questione di assetti parlamentari e procedurali. Non è così, è un disegno alternativo alla Costituzione del ’48. Mi sembra che nella posizione di Civiltà Cattolica ci sia un atteggiamento di certo fatalismo costituzionale che in sostanza significa: “sì, questa Costituzione sarà anche brutta ma bisogna votarla”. E questo, però, è un problema che riguarda altri settori della cultura e della politica.

Mi faccia degli esempi.
C’è un Cacciari che dice: è orrenda ma poi la voto, c’è Bersani che l’ha combattuta con tutta la minoranza Pd per tutto il percorso dell’iter parlamentare, ammettendo che era sbagliata, e poi dice: sì la dobbiamo votare. C’è il direttore di Repubblica Mario Calabresi che in tv dice: sì è una bruttissima riforma, non funzionerà ma bisogna votarla. C’è Scalfari che per moltissimo tempo ha criticato Renzi, ma adesso dice: sì va bene se Renzi vuole il potere, bisogna darglielo. Noi invece non accettiamo questa inevitabile deriva. Adesso tutti sembrano rassegnati a una democrazia dimezzata, con un uomo solo al comando, con una oligarchia alpotere. Questo è un passaggio culturale, antropologico, profondo, che dobbiamo decodificare, far capire, a cui va data una risposta sul piano politico.

Questo fatalismo nasconde una situazione di crisi della politica, come assenza di idee, di risposte alla situazione grave dell’economia. Non è naturale vedere Renzi come unico appiglio?
Questo è politicamente falso. Oggi la politica è in difficoltà perché non riesce a ristabilire la propria autonomia sull’economia. La politica non risponde al popolo sovrano, è impotente. E intanto stiamo smontando gli unici strumenti che avevamo, quelli consegnati nella seconda parte della Costituzione. Certo, se si può concepire una Costituzione come questa della riforma è perché la società è già “scesa”, per così dire, in questi anni. E quindi è ovvio che vengono fuori costituzioni più scadenti . Ma almeno non smontiamo gli strumenti che abbiamo e usiamoli per ripartire.

Commenti

commenti