C’è una rubrica a fumetti di Andrea Pazienza alla quale finisco spesso per pensare negli ultimi tempi, si tratta della Prolisseide – Tutti gli uomini più importanti che mi hanno conosciuto (con i loro pregi e i loro difetti). Oggi – che di Paz sarebbe il sessantesimo compleanno – ho deciso quindi di riproporvi una piccola Prolisseide e raccontarvi la storia di come, a modo mio, ho conosciuto (anzi di come abbiamo conosciuto, ma questo lo capirete leggendo) Andrea Pazienza e soprattutto di ripercorrere un po’ la vita del genio di San Severo.

Una tavola de La Prolisseide di Andrea Pazienza. Dove Paz racconta che a 60 anni sarebbe voluto essere come Renato Nicolini, architetto che progettò a Roma il Quarticciolo e che militò fra le file del Partito Comunista Italiano.

Una tavola de La Prolisseide di Andrea Pazienza. Dove Paz racconta che a 60 anni sarebbe voluto essere come Renato Nicolini, architetto che progettò a Roma il Quarticciolo e che militò fra le file del Partito Comunista Italiano.

Cominciamo quindi dall’inizio. Ci sono personaggi che entrano nella tua vita così, d’improvviso. Ti si infilano piano piano sotto pelle e restano lì tutta la vita. 60 anni fa, il 23 maggio 1956 nasceva a San Benedetto del Tronto Andrea Pazienza. Re della matita e del pennarello, signore del fumetto italiano che Manara paragonava a Caravaggio. Io, bambina comune, con Paz, mi ci sono scontrata la prima volta a 5 anni. Ero con mio padre alla fiera del libro di Pordenone e lui mi comprò Il Bestiario.

andrea pazienza bestiario

Fu amore a prima vista. Custodivo il volume come un tesoro e lo mostravo fiera agli amichetti che venivano a trovarmi a casa. Soprattutto: passavo interi pomeriggi a tentare di copiare i suoi disegni sognando un giorno di diventare brava come lui. Questo ovviamente non è successo e alla fine ho fatto tutt’altro, ma poco fa ho scoperto che un colpo di fulmine simile – d’altronde per Paz non può che essere attrazione fatale – l’ha avuto anche Antonio Pronostico, illustratore, tra le altre cose, di Left.
In una fredda sera di novembre infatti, mentre passeggiavamo a Roma per le strade del Pigneto (ma quanto sarebbe stato bello se fossero stati i portici di Bologna!), Pronostico mi confessò di non aver mai preso una matita in mano prima dei vent’anni, finché un giorno – che dovete immaginare più o meno come una folgorazione sulla via di Damasco – non era incappato in un libro di Pazienza e: “boom!” aveva iniziato ossessivamente a cercare di riprodurre i suoi disegni e mentre copiava, imparava. Lui per davvero, non come me. Il gene di Paz gli era già scivolato sotto pelle, e allora cos’era quella vecchia velleità di diventare un designer industriale? Antonio adesso voleva fare l’illustratore. E infatti oggi, lo fa e per lui: Paz è core.

Paz è core, illustrazione di Antonio Pronostico

Paz è core, illustrazione di Antonio Pronostico

Queste sono solo due piccole storie personali, banali passioni di gente normale, nate per caso sfogliando un libro fatto da “uno” che era morto prima che noi capissimo di essere al mondo.
Eppure la grande forza del talento di Andrea Pazienza forse era anche questa: riuscire a travolgere in egual modo tanto le persone comuni, come mio padre alla fiera del libro, quanto attori, registi, cantanti (vi ricordano nulla le copertine dei dischi di Roberto Vecchioni?) e scrittori. I grandi uomini della sua Prolisseide che lo hanno conosciuto in carne e ossa e quelli che lo hanno incontrato in carta e inchiostro. Come il Premio Strega Nicola La Gioia che, nell’introduzione di Pentothal, il primo dei volumi della collana Tutto Pazienza curata da Repubblica/Fandango, parla così dell’artista di San Severo: «La sua arte avrebbe salvato molti di noi ma non se stesso. Oggi, a distanza di tempo ci ritroviamo sempre qui, bloccati tra rimpianto e gratitudine».

penthotal andrea pazienza

D’altronde: «la pazienza ha un limite, Pazienza no», Andrea infatti comincia a disegnare da giovanissimo, «Il mio primo disegnino riconoscibile l’ho fatto a 18 mesi – dice in un numero di Corto Maltese del novembre 1983 – Era un orso. Questo testimonia quanto era forte in me il bisogno di disegnare». Figlio di un professore di educazione artistica, a 12 anni si trasferisce da San Severo, paesino in provincia di Foggia dove vive con la famiglia, a Pescara per frequentare il liceo artistico, qui conosce Tanino Liberatore con cui lavorerà in seguito.

 

«A vent’anni io credevo di fare la fotografa e lui di essere un genio, cosa di cui presto mi convinse»

Isabella Damiani, fotografa e amica di Paz

Nell’estate del 1972, a soli 17 anni, Paz decide di confrontarsi con Prévert così, armato di pennarelli e di un album da disegno A3, illustra con una serie di 17 tavole alcune delle opere dello scrittore francese. Un tentativo che Fernanda Pivano, nella prefazione del libro Prevert, Andrea Pazienza (Fandango Libri), descrive così: «È l’incontro di due artisti ugualmente popolari e anarchici, sperimentali e vernacolari, violentemente antiborghesi e iper-romantici, audaci e fortemente comunicativi. Sono tavole dense e complicate, realizzate eppure con un tratto semplice, essenziale. Traendo linfa da Prévert, Pazienza rappresenta l’orrore, la violenza, lo stupro, senza perdere mai di vista l’utopia e la bellezza attraverso un segno comico-grottesco, iperbolico».
Nel 1974 Andrea si trasferisce a Bologna per frequentare il Dams. Non si laureerà mai, dal diploma lo separerà un unico ultimo e temibilissimo esame: estetica con il Prof. Umberto Eco. Del quale però diventerà amico, tanto che sarà proprio Eco a fornire a Paz il primo contatto per cominciare a pubblicare su Alter Alter, rivista cult dove viene dato alle stampe per la prima volta Pentothal. È il 1977 ed è in quel momento che l’Italia si accorge del talento infinito di questo studente meridionale trasferitosi all’ombra delle due torri.

 

«Pazienza rappresenta l’orrore, la violenza, lo stupro, senza perdere mai di vista l’utopia e la bellezza attraverso un segno comico-grottesco, iperbolico»

Fernanda Pivano

Tra le persone che incrociano la vita di Andrea Pazienza c’è anche la fotografa Isabella Damiani. «A vent’anni io credevo di fare la fotografa e lui di essere un genio, cosa di cui presto mi convinse» racconta di lui Isabella. Paz la raffigura spesso anche nelle sue opere, oltre a evocarla come un miraggio nelle pagine napoletane di Pentothal, infatti la ritrae anche in alcuni quadri. E lo stesso fa lei con lui.

Andrea Pazienza visto da Isabella Damiani

Dopo essere diventato un punto di riferimento per il movimento studentesco bolognese, con l’avvento degli anni 80 il lavoro geniale di Pazienza comincia ad essere richiestissimo ovunque e Andrea inizia a collaborare con la rivista Frigidaire dando vita a un altro personaggio destinato a entrare nella storia del fumetto: Zanardi.

Mostra Andrea Pazienza in porto Genova

Pubblicità, poster, calendari, copertine di dischi, tutti vogliono un disegno di Andrea Pazienza. E lui disegna per tutti. La sua produttività è frenetica e inarrestabile, sforna tavole a fumetti in tempo record, realizza grafiche per le pubblicità e corti animati. Non si ferma un secondo, anche perché nella sua vita ha fatto capolino un nuovo amore devastante e molto dispendioso: l’eroina.

Mostra Andrea Pazienza in porto Genova

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Un amore che Paz racconta in Pompeo, un diario tormentato fatto di pagine sgualcite – recuperate indifferentemente da un album, dalla carta per fotocopie o da un quaderno a quadretti – che si trasforma nella cronaca di una morte annunciata. Quella del protagonista, ma ancor più quella del suo alterego reale: l’autore.

Mostra Andrea Pazienza in porto Genova

«Così finisce l’ultima puntata di Pompeo e, presumo, anche un lungo capitolo della mia vita… In questi anni ho scoperto di non essere un genio. Perché sì, lo confesso, da ragazzo ci speravo. Invece no, sono un fesso qualsiasi. Però, c’è sempre un però, è vero, sono un disegnatore eclettico. Un disegnatore ecletto-sfaticato. Poi ho scoperto di non essere attendibile, e di non essere tante altre cose…» scriveva così Andrea Pazienza nella pagina successiva all’ultima tavola di Pompeo, quella in cui il suo eroe-alterego: «Si buttò come fosse stato, all’improvviso, spintonato».
In perfetto stile pazienziano visto che Andrea era solito dire: «mai tornare indietro, nemmeno per prendere la rincorsa».

Mostra Andrea Pazienza in porto Genova

Ora, tornando con la nostra pseudo Prolisseide al punto da dove siamo partiti: qualche giorno fa, a casa di Antonio Pronostico, sul divano rosso del salotto, ho trovato un libro Morti favolose degli antichi, di Dino Baldi (Quodlibet). Voi direte e ora che c’entra? C’entra. Perché nella prefazione Baldi si prende la briga di spiegare che gli antichi non avevano quest’ossessione per la vita a tutti i costi che abbiamo noi, per loro la morte era un momento importante, forse anche più della nascita, perché era il coronamento di un’esistenza. E più un uomo era stato grande in vita più la sua morte doveva essere magnifica, scenografica ed esemplare. Ecco, ho pensato che anche per Andrea Pazienza – che con gli antichi ha in comune forse l’animo, ma sicuramente l’esser ormai parte del mito – debba essere così. E che forse, il modo migliore per concludere questa storia e raccontare quel 16 giugno 1988, è far fare la cronaca della vicenda allo stesso Paz, fumettista, genio, illustratore. E per l’occasione profeta:

«Mi chiamo Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, ho ventiquattr`anni, sono alto un metro e ottantasei centimetri e peso settantacinque chili. Sono nato a San Benedetto del Tronto, mio padre è pugliese[…]. Disegno da quando avevo diciotto mesi, so disegnare qualsiasi cosa in qualunque modo. Da undici anni vivo solo. Ho fatto il liceo artistico, una decina di personali e nel `74 sono divenuto socio di una galleria d`arte a Pescara: “Convergenze”, centro di incontro e di formazione, laboratorio comune d`arte. Sempre nel `74 sono sul Bolaffi. Dal `75 vivo a Bologna. Sono stato tesserato dal `71 al `73 ai marxisti-leninisti. Sono miope, ho un leggero strabismo […]. Dal `76 pubblico su alcune riviste. Disegno poco e controvoglia. Sono comproprietario del mensile “Frigidaire”. Mio padre, anche lui svogliatissimo, è il più notevole acquerellista ch`io conosca. Io sono il più bravo disegnatore vivente. Amo gli animali ma non sopporto di accudirli. Morirò il sei gennaio 1984».

Da un articolo apparso su Paese Sera il 4 gennaio 1981.

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