Sono migliaia, e sono costretti a lavorare all’interno di fabbriche tessili umide e malsane, oppure a passare ore e ore nei campi di mele o frumento senza alcuna tutela. Guadagnano in media 250 dollari al mese. Non potendo permettersi una sistemazione dignitosa, dormono all’interno delle fabbriche, sotto i banchi d lavoro, in letti improvvisati costituiti da una singola coperta e da scarti di materiale tessile.

Questa è la storia comune di molti bambini siriani che scappano dalla guerra e dal terrorismo, e che giungono in Turchia per cercare un futuro migliore. Che purtroppo spesso non trovano: secondo un’inchiesta dell’International New York Times, ben 400mila bambini siriani, su oltre un milione presente in Turchia, non possono permettersi di frequentare la scuola dell’obbligo. La causa principale è la condizione di marginalità sociale e di estrema povertà in cui vivono le famiglie di profughi, costretti a mandare i figli a lavorare per poter acquistare beni di prima necessità, cibo, acqua e vestiario. Beni che gli vengono negati nonostante ne abbiano il pieno diritto. E nonostante l’Unione europea abbia avviato l’erogazione dei tre miliardi di euro previsti dall’accordo Ue-Turchia del marzo scorso, per contenere l’immigrazione «illegale» e tutelare i migranti dalle insidie del Mediterraneo. Risorse che si suppone dovrebbero anche essere utilizzate a sostegno dell’educazione dei più giovani.

Prima del conflitto, oltre il 99% dei bambini siriani aveva frequentato la scuola primaria, e l‘82% circa aveva accesso a quella secondaria. Ora invece circa tre milioni di loro sono a rischio analfabetismo. Sopratutto quelli che vivono in Turchia: il loro numero è destinato a crescere, e il problema potrebbe diventare strutturale visto il consistente aumento di profughi. Secondo Selin Unal, portavoce di Unhcr in Turchia, tra i fattori che impediscono ai bambini di frequentare la scuola ci sono anche le difficoltà linguistiche, procedure di iscrizione lunghe e cavillose e i problemi legati al poco efficiente trasporto pubblico.

«Vorrei mandare Ahmad a scuola. Non sa né leggere né scrivere,e non sa nemmeno comprendere i segnali stradali», racconta Zainab Suleiman, 33 anni, madre di Ahmad, «Ma non ho scelta. Per sopravvivere mio figlio deve lavorare». Quattro anni fa Ahmad vide suo padre morire in Siria per una ferita da arma da fuoco. Ora il ragazzo ha 13 anni, vive ad Istanbul e passa 12 ore al giorno in una fabbrica tessile,con turni massacranti: sveglia alle otto, una pausa pranzo di mezz’ora e due brevi pause in cui mangia biscotti e beve tè.

Racconta che lo fa per assicurare una vita dignitosa a sua madre, di recente cacciata da un ristorante e picchiata dal titolare dopo essersi lamentata per il ritardo con cui le era stato corrisposto il suo salario di 90 dollari a settimana. Il figlio invece guadagna 60 dollari a settimana, e con la maggior parte dello stipendio paga l’affitto della stanza in cui vive con la madre e le tre sorelle. Il padrone della fabbrica tessile ha detto di sapere che Ahmad non può lavorare perché troppo giovane, ma che lo ha assunto per aiutarlo e non per la paga bassa che gli offre.

Nel quartiere di Zeytinburnu, dove si trova la fabbrica di Ahmad, il lavoro minorile è una pratica molto diffusa. C’è Abdul Rahman, 15 anni, che usa una macchina da cucire. Sostiene di non sapere a quanto ammonti il suo salario, che viene invitato direttamente alla famiglia. Due fratelli di 16 e 15 anni, Mohammed e Basar Nour, sono addetti alla pulizia dello stabilimento e sono arrivati in Turchia direttamente da Aleppo, per sostenere economicamente la loro famiglia rimasta in Siria.

A inizio anno il governo turco ha introdotto dei permessi speciali per permettere ai siriani di lavorare in un quadro di legalità, così da fermare lo sfruttamento e assicurare il diritto all’istruzione dei loro figli. Ma sono poco più di 10mila i siriani che hanno potuto beneficiare delle nuove norme, soprattutto a causa della dura opposizione degli imprenditori turchi, riluttanti a concedere tutele contrattuali che implicherebbero garanzie come il salario minimo. Il governo aveva promesso che avrebbe affrontato la questione e aumentato il numero di permessi, ma la sostituzione dell’ex primo ministro Ahmet Davutoglu con Binali Yildirim ha reso tutto più difficile.

Nel frattempo ci si arrangia come si può. Come fa la madre di Ahmet, che per permettere alla figlia Ayla (15 anni) di studiare, l’ha promessa in sposa a un ragazzo curdo di 22 anni, la cui famiglia si è dichiarata disposta a sostenere le spese per mandarla a scuola. «Sono felice di questo, se potrà essere d’aiuto alla famiglia» ha sostenuto la ragazza. E la storia della famiglia Suleiman non è l’unica.

Sono circa tre milioni i cittadini siriani emigrati in Turchia dopo l’inizio delle ostilità, e molti di loro, circa un milione, sono costretti a rimanervi, non avendo la possibilità di raggiungere l’Europa. Intanto sopravvivono come possono, spogliati dei diritti che gli spetterebbero in virtù del loro status, tutelato dalla Convenzione di Ginevra.

La legge nazionale turca vieta il lavoro minorile fino ai 15 anni, ma ci sono alcune eccezioni che non vengono espresse con chiarezza. Inoltre la Turchia è firmataria di alcuni accordi internazionali che vietano espressamente il lavoro minorile, come la Convenzione sui diritti del fanciullo e le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro n.138 (sull’età minima) e n.182 (contro l’uso del lavoro minorile). Ma per Ahmad e gli altri leggi e convenzioni non valgono.

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