È in atto il genocidio degli yazidi da parte dell’isis, denuncia l’Onu. Lo sostengono gli esperti di una commissione indipendente promossa dalle Naizoni Unite. Rischiano la vita 400mila persone che vivono tra Siria e Iraq e che praticano un culto religioso né cristiano né islamico. I soprusi dell’Isis sono costanti: alcune settimane gli uomini del Califfato avevano bruciato vive 19 ragazze yazide. Si calcola che siano 3200 le donne e i bambini ancora prigionieri dell’Isis. I commissari d’inchiesta Onu hanno sollecitato l’intervento della Corte penale internazionale. Per saperne di più ecco l’articolo  “Gli yazidi martiri ora non si fidano” di Mauro Pompili pubblicato su Left n.24. 

Erbil. Yazidi, un popolo sconosciuto ai più fino a quando le loro città sono state occupate e distrutte dai jihadisti dello Stato islamico quasi due anni fa. Oggi centinaia di donne e bambini sono ancora nelle mani dei terroristi e a migliaia vivono nei campi profughi. Sei mesi dopo la liberazione di Sinjar, la loro città principale, non c’è ancora pace per questa minoranza che denuncia di essere vittima dell’ennesimo genocidio della loro storia millenaria.
Ai lati della strada che sale sul monte Sinjar, e che porta all’omonima città, decine di auto carbonizzate e le case distrutte fanno da cornice alla salita. Lo stretto nastro d’asfalto è in condizioni drammatiche e solo i 4×4 riescono a salire. Sono i segni della battaglia lunga e sanguinosa per la liberazione della cittadina irachena, a una trentina di chilometri dal confine siriano, occupata da Isis nell’agosto 2014.
Interi quartieri sono rasi al suolo e anche gli edifici intatti sono pericolosi. «Gli uomini di Isis hanno riempito tutte le case di mine e ordigni artigianali, si deve entrare con molta cautela, ma a volte non basta». A parlare è Aki Rami, uno sminatore della milizia curda Ypg.
Il 13 novembre, con il sostegno degli attacchi aerei della coalizione internazionale, Sinjar, cittadina strategica perché sulla strada tra Raqqa e Mosul, è stata liberata. Più di sei mesi dopo è ancora una città fantasma.
Sui tetti degli edifici anneriti dalle fiamme le bandiere colorate degli eserciti e delle milizie curde che hanno partecipato alla battaglia hanno sostituito quelle nere dello Stato Islamico. Sulla strada principale solo due i negozi aperti. Un barbiere con gli specchi tutti rotti e un solo cliente, una piccola bottega dove un bambino monta la guardia alle poche merci, una decina di bottiglie di whisky e a molti rotoli di carta igienica.
«Abbiamo bisogno di scuole e ospedali. Ci manca tutto». Dice Mahma Khalil, il sindaco di Sinjar. Secondo il funzionario, che è stato nominato dal Kdp, il partito del presidente Barzani, la città non può rialzarsi senza il sostegno della comunità internazionale. «In caso contrario la gente non tornerà».
In una strada laterale Rashu Khalaf carica su un carretto un sacco di farina e uno di riso donati da una Ong. «Qui non c’è niente. Niente elettricità e acqua, ma sono a casa». L’anziano, come altre decine di famiglie, ha deciso di tornare a Sinjar con cinque dei suoi figli, ma Khalaf racconta che non ha notizie di 150 membri della sua famiglia. «Alcuni potrebbero essere prigionieri a Raqqa, altri a Mosul…».
Gli Yazidi sono una comunità multi millenaria che affonda le radici del suo credo nelle religioni persiane pre-islamiche. Centrale nel loro culto Tawusi Melek, l’Angelo Pavone, che i jihadisti vedono come una personificazione di Satana. Considerati adoratori del diavolo e idolatri gli yazidi sono da sempre perseguitati.
Migliaia di loro che non erano riusciti a fuggire all’avanzata dello Stato Islamico in Iraq nell’estate del 2014 sono stati catturati. In base al sesso e all’età sono stati venduti come schiave del sesso, arruolati a forza nella milizia del Califfo, fatti prigionieri o giustiziati e gettati nelle fosse comuni.
«Nel corso della nostra storia abbiamo subito, contando quest’ultimo perpetrato da Isis, 74 farmans, genocidi» dice Vian Dakhil, unico deputato yazida al parlamento iracheno. «Oggi pensiamo che ci sono almeno 3.600 yazidi, anche donne e bambini, prigionieri dello Stato Islamico. I membri della nostra comunità di Mosul hanno pagato di tasca loro il rilascio di almeno 60 donne prigioniere».
Hussein al-Qaidi, direttore dell’ufficio responsabile per gli yazidi rapiti, che dipende dal governo regionale, ha dichiarato che sono 2.579 le donne, gli uomini e i bambini tornati a casa dall’ottobre del 2014 a oggi. «Abbiamo vissuto con gli arabi di Mosul per un secolo, abbiamo perciò molti amici con cui abbiamo rapporti … a Mosul ci sono gruppi nostri alleati che ci aiutano per organizzare la liberazione». Le modalità di queste operazioni rimangono poco chiare, tanto più che le autorità curde-irachene e la milizia curda Ypg ne rivendicano entrambe il merito.
Molti di quelli che sono fuggiti nell’estate del 2014 hanno scelto un esilio definitivo in Europa o negli Stati Uniti, ma la maggior parte ha cercato rifugio nel Kurdistan iracheno, accolti in numerosi campi profughi.
In quello di Sharia, a tre ore di auto da Sinjar, centinaia di famiglie Yazide sono stipate nelle tende ingialliti dal sole.
«Dopo la liberazione di Sinjar abbiamo provato a tornare in città, ma la nostra casa è stata distrutta e saccheggiata». Racconta Nissa Ali, che vive nel campo con dieci dei suoi diciotto figli, gli altri sono andati in Germania. «Abbiamo trovato solo distruzione. Sentivamo l’odore dei morti».
Il marito, Barkat Talo promette che torneranno a casa una volta che la zona sarà sicura e la città ricostruita. «È certo che torneremo alla nostra terra… preferisco vivere un minuto a Sinjar che una vita in Kurdistan».
Oltre le bombe Talo teme anche gli uomini. Gli yazidi accusano i loro vicini arabi di sostenere i jihadisti, e le tensioni tra le due comunità non sono ancora placate. «Non vogliamo che gli arabi tornino a Sinjar adesso. Non possiamo vivere di nuovo insieme, li abbiamo visti con i nostri occhi uccidere e rapire la nostra gente. Eravamo come fratelli, ma ci hanno tradito».
La necessità di ricostruire la convivenza è sottolineata da Vian Dakhil: «Abbiamo vissuto insieme alle altre comunità per secoli come amici fraterni, è importante che riusciamo a ricostruire i ponti che ora sembrano crollati».

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