La seconda giornata della convention repubblicana in corso a Cleveland doveva essere quella in cui i repubblicani nominavano Donald Trump loro candidato e spiegavano al Paese cosa intendono fare per l’economia che, a loro parere, è in uno stato disastroso. La prima parte è andata in porta con meno intoppi del previsto: non ci sono state proteste plateali, ma solo quanche delegazione che non ha assegnato i suoi delegati a TheDonald. Per il resto, non sappiamo cosa vogliono i repubblicani in economia. Tutti o quasi gli speaker importanti della serata, a partire dai leader di Camera e Senato Paul Ryan e Mitch McConnell e dal governatore del New Jersey, Chris Christie si sono lanciati in attacchi, più o meno virulenti, contro Hillary Clinton.

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Christie ha parlato 15 minuti, per 30 secondi si è introdotto, poi ha parlato di quanto lui ammiri Trump per altri 30 e, dopo un minuto e dieci ha cominciato quella che lui stesso ha definito «requisitoria e voi sarete la giuria». Bugiarda, senza principi, ha messo i suoi segreti prima della sicurezza nazionale usando un server di mail privato, ha negoziato il peggior accordo possibile con l’Iran, «Il mondo  attraversato da una violenza senza precedenti, guardiamo a ciascuna regione infettata dalle sue valutazioni sbagliate»…e così via. Il verdetto è, naturalmente, colpevole, con la gente che urlava «In galera, in galera».
La risposta via twitter di Hillary non è male: Se pensate che Christie possa fare lezione di etica, abbiamo un ponte da vendervi» – il riferimento è a quando la campagna del governatore fece chiudere il Washington Bridge, che collega il New Jersey a New York per sfavorire un sindaco che non lo sosteneva alle elezioni, lo scandalo è stata un po’ una pietra tombale sulle sue aspirazioni politiiche.

In generale i gestori degli account di social media di Hillary stanno facendo un lavoro di grande qualità. Ad esempio rintracciando i video e le citazioni di tutti coloro che la attaccano da podio in cui questi ne elogiano la capacità e la preparazione. Paul Ryan, che detesta Trump e teme per la maggioranza alal Camera che lui guida (e pensa già al 2020), ha anche lui parlato di Clinton, nominando il candidato repubblicano poco e associandolo sempre a Mike Pence, il vicepresidente candidato, più digeribile per i conservatori che Ryan rappresenta. Il suo stare non contro Trump, ma non proprio a favore è un cattivo gioco politico, lo mostra per l’opportunista che è e ne sta minando la credibilità.

In generale, le ragioni per cui non c’è un’agenda repubblicana sono tre. Il partito al momento non ne ha una chiara perché tra l’ideologia anti tasse e anti Stato di Ryan e la non ideologia di Trump non c’è una sintesi chiara. Non si sa cosa trump voglia o farebbe da presidente e non lo si può enunciare se non con proclami.
A una parte importante del partito Trump non piace e, dunque, è meglio unirsi contro Hillary che cercare di far vendere un prodotto di cui si è poco convinti.
La sensazione generale è che questa tornata elettorale sarà “contro”, molti elettori voteranno Hillary perché temono TheDonald e i repubblicani, che pure sanno che Clinton non è popolare, devono cercare di portare molta gente a votare contro di lei. Eppure gli elettori indipendenti più moderati – non nel senso di centro politico, ma meno partigiani – difficilmente si faranno convincere da una retorica così sanguinolenta. La scommessa repubblicana per ora è quella.

Il messaggio di Trump dopo la nomina

L’altra scommessa è di ripetere l’effetto Reagan. Quando il presidente mito del partito – che pure alzò le tasse e fece cose che oggi i repubblicani vedono come il diavolo – partecipò al primo dibattito contro Carter fece lo sforzo di portare con sè numeri, idee di leggi da approvare, eccetera. Al secondo dibattito, su consiglio del suo stratega Roger Ailes, passò all’attacco e parò, come si dice “al cuore”. Niente idee specifiche ma discorsi retorici. E stravinse (nel frattempo Ailes è diventato capo di Foxnews, la Tv che fa di questo schema un palinsesto e, proprio in queste ore, sta per essere licenziato dopo che diverse conduttrici hanno dencunciato le sue molestie sessuali). L’idea di Trump, oltre agli attacchi a Hillary, sembra essere quella: vendere un futuro migliore a un’America scontenta, senza dargli una forma.

Ieri questo compito è toccato al figlio più grande, lo stratega vero di Donald assieme a se stesso. Del resto, entrambi si chiamano Donald.
«Mio padre ottiene risultati e quando qualcuno gli dice, non si può fare, è allora che lui riesce. Il Paese è in crisi e i figli staranno peggio dei genitori. Ma mio padre farà tornare le cose com’erano. Anzi, meglio di come erano». Ecco, questo è più o meno il programma economico dei repubblicani. La seconda giornata è stata migliore della prima, ma da qui a dire che c’è un’idea di Paese che non sia solo rancorosa, beh, non ci siamo ancora. Donald Trump e quello che lui definisce il suo movimento, si preso il partito repubblicano. Cosa voglia farne proprio non lo vuole dire. Forse non lo sa.


Il momento in cui Donald Trump jr. annuncia il voto della delegazione di New York che rende la nomina di suo padre ufficiale

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