Aiutateci adesso! Il Corriere brucia Repubblica e intervista il premier libico Serraj. Non vuole soldati in prima linea -non sarebbero in grado di combattere la guerriglia urbana che si dispiega a Sirte- ma “armi sofisticate”, “ospedali da campo”, “istruttori”, insomma un intervento, armato, nelle immediate retrovie. E naturalmente appoggio ai raid americani: “vediamo con favore la vostra scelta di concedere Sigonella”. Intanto Washington Post informa che un piccolo gruppo di militare americani è già impegnato sul campo con i britannici a dar man forte ai libici.
Tregua umanitaria per salvare Aleppo. Repubblica apre con la Libia come il Corriere, ma la contro apertura la dedica alla Siria, al dramma di 300mila persone intrappolate nei quartieri martoriati di Aleppo, senza acqua, né frutta e verdura, costrette ad aggirarsi tra le bombe russe e il fumo delle gomme d’auto bruciate per celare possibili obiettivi. Intervista un avvocato rimasto là, poi un volontario anti Assad, ma non islamista. La situazione ad Aleppo è presto detta: l’esercito di Assad, grazie all’aiuto russo, aveva accerchiato le milizie islamiche, ideologicamente prossime e alleate di Daesh. Ma grazie all’aiuto saudita, a ingenti carichi d’armi che arrivano dalla Turchia, e al soccorso dei “salafiti” di Al Nusra -gruppo terrorista che, per l’occasione, dice di essersi allontanato da Al Qaeda- , i ribelli sono riusciti a rompere l’assedio. E noi? Siamo con loro, contro il “macellaio” Assad e il russo cattivo? Dai reportage (anche il Corriere segue) si stenta a capirlo. Penso che sarebbe stato giusto dire apertis verbis a turchi e sauditi (e far sapere ai poveri civili intrappolati ad Aleppo) che nessuna alleanza l’occidente avrebbe mai più tollerato con guerriglieri wahhabiti e sauditi: abbiamo avuto già troppi morti per siffatte alleanze. Avremmo dovuto dirlo, non l’abbiamo fatto, ora versiamo lacrime di coccodrillo sui bambini di Aleppo.
L’Arabia saudita ha aiutato i terroristi dell’11 settembre? La risposta della commissione d’inchiesta del congresso americano è che mancano  prove certe. Ma “alcuni dei terroristi potrebbero aver avuto contatti con due agenti segreti sauditi; uno dei finanziatori dei terroristi avrebbe ricevuto denaro da un membro della famiglia reale saudita; un leader di Al Qaida sarebbe stato in possesso di un nu- mero riservato della Società incaricata di garantire la sicurezza della residenza dell’ambasciatore saudita in Colorado. Risulterebbe inoltre un passaggio di denaro tra la moglie di uno dei finanziatori dell’11 settembre e quella dell’ambasciatore saudita. Inoltre vi sarebbero stati contatti tra la fondazione saudita Al Haramain e i gruppi terroristici. Vi sono sospetti anche sull’allora ministro dell’interno saudita”. Da un’analisi di Luís Bassets (El Pais-Repubblica) sulle carte recentemente dissecretate.
Il patto di Pietroburgo tra Erdogan e Putin. Gas dalla Russia, frutta e verdura dalla Turchia e un messaggio chiarissimo alla Nato: può nascere un’intesa tra Russia, Turchia e anche lIran (ne ha detto Putin). “Un paese Nato non può stringere alleanza con la Russia”, dice alla Stampa il politologo neo-con David Frum. Ma la Turchia lo fa, o almeno minaccia di farlo. La domanda semmai è: come si metteranno d’accordo Erdogan e Putin sulla Siria? Infatti non si sono messi (per ora) d’accordo su tutto. Il russo ritiene che Assad debba lasciare ma “per via democratica”, dopo la fine della guerra con Daesh e libere elezioni. La Turchia, come abbiamo già detto, arma invece le truppe islamiste che combattono ad Aleppo. Divergenza importante, ma l’essenziale -scrive Roberto Toscano- è altro: Erdogan vuole che la Siria resti “unita” in modo da non dare spazio a uno stato curdo, Putin vuole contare e favorire una tregua in Medio Oriente tra Iran, Turchia e persino Arabia Saudita.
E di che si occupa oggi il rignanese? Poveretto, ha fatto pubblicare un manifesto per la festa dell’Unità con su scritto l’Italia del Sì e una bella croce su quel sì. Ammette con Mentana -che lo intervista in piazza- di aver “sbagliato a personalizzare il referendum”, promette che le riforme libereranno “500 milioni per poveri”, cerca di salvarsi dalle proprie intemperanze e dall’incauta promessa di lasciare la politica qualora avessero vinto i no. Boschi, di rincalzo, dice: chi è per il No non  “rispetta il Parlamento”. E allora perché avete raccolto le firme per il referendum? Solo per incassare il finanziamento pubblico. No, miei cari lettori, irrispettoso nei confronti del parlamento e dei cittadini è chi ha imposto le riforme a colpi di “canguro”, di scambi di favori con Alfano e Verdini, di ricatti alla minoranza Pd, di espulsioni -la mia dalla commissione Affari Costituzionali, per esempio- di chi non accettava il diktat di Palazzo Chigi, diktat di per sé  incostituzionale quando si tratta di imporre al Parlamento modifiche a ben 47 articoli della carta fondamentale.
Democrazia plebiscitaria del futuro. Tra i commenti di Repubblica troverete due interessanti articoli di Pieo Ignazi e Roberto Toscano. Il primo distrugge l’impianto dell’italicum: “dai capilista iper-ubiqui che si possono presentare in 10 collegi contemporaneamente, alla reintroduzione delle preferenze, fino al bonus per il vincitore, un vero vulnus al principio di rappresentanza”. “Giustamente -scrive Ignazi-, la nuova legge elettorale è stata equiparata ad una versione riveduta e (s)corretta del famigerato Porcel- lum”. Alla fine “aggrava il problema invece di risolverlo perché annulla ogni rapporto diretto tra elettori ed eletti”. Ma chi se ne frega? L’idea di democrazia che sta dietro le riforme costituzionali ed elettorali del presente governo è, purtroppo caro Ignazi, modernissima. Scrive Roberto Toscano: “La democrazia come “branding” è oggi imbattibile, ma sotto il suo logo vengono spacciati prodotti politici che con la democrazia non hanno niente a che fare. Ci sono le elezioni, magari anche autentiche, ma poi chi vince governa senza rispetto per la divisione dei poteri, i diritti delle minoranze e la libertà di stampa: la democrazia senza lo stato di diritto. Non si tratta soltanto di una tecnica della gestione del potere, dato che questa formula politica poggia necessariamente su una forte e coerente proposta ideologica. È un’ideologia che spesso combina una promessa di modernizzazione economica con una visio- ne culturalmente regressiva a base di nazionalismo — e spesso anche di religione”. Roberto Toscano parla delle democrazie russe e turche. Renzi non ha la grinta né la tenuta né di Erdogan né di Putin, ma le idee?

Commenti

commenti