È successo ieri, tra le provincie di Rieti, Perugia e Ascoli Piceno: un terremoto di magnitudo Richter 6,0. Era successo anche il 20 maggio 2012, in Emilia-Romagna: magnitudo 5,9. E prima ancora a L’Aquila, il 6 aprile 2009, con una magnitudo 6,1. O ancora in un’ampia zona intorno a Colfiorito il 26 settembre 1997, quando si registrarono due scosse a poche ore di distanza l’una dall’altra: da 5,8 e 6,1 di magnitudo. La seconda uccise quattro tecnici nella Basilica di San Francesco ad Assisi, presenti lì per valutare gli effetti del crollo della vela di una volta a causa della scossa precedente.

Succede, nell’Appennino centro-meridionale, che ogni 4 o 5 anni in media si verifichi un terremoto della potenza di quello che ha distrutto ieri Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e Pescara del Tronto. Sappiamo anche che non è una novità dei nostri tempi. L’area colpita ieri ha subito terremoti molto potenti nel 1639, nel 1646, nel 1703. Nel 1639, in particolare, Amatrice fu completamente distrutta da un sisma che molti geofisici definiscono “gemello” del terremoto di ieri. La documentazione storica registra sismi devastanti nell’Appennino centro-meridionale fin dal XII secolo. Non è che prima non avvenissero, i terremoti, in quest’area. È solo che mancano le prove documentali.

Sappiamo anche perché l’Appennino centro-meridionale è una zona ad alto rischio sismico. La dorsale appenninica segna, infatti, il confine tra due grandi placche tettoniche, quella africana e quella euroasiatica, che si scontrano e scorrono l’una rispetto all’altra. Le due gigantesche zolle interagiscono in maniera più attiva proprio nell’Appennino centro-meridionale oltre che nell’Arco Calabro: che sono infatti le aree a più alto rischio sismico d’Italia. La stessa esistenza della catena montuosa che chiamiamo Appennino è il frutto di questo titanico scontro iniziato all’incirca 20 milioni di anni fa.

Esiste, in particolare, un’area rettangolare molto allungata a cavallo dell’Appennino centro-meridionale che subisce sollecitazioni diverse. Il lato orientale di questo rettangolo – quello che va dalla Puglia all’Emilia-Romagna, passando per Molise, Abruzzo, Marche, Umbria – si muove, con una velocità che in media è di 3-5 millimetri l’anno in direzione nord-est, verso l’Adriatico. Il lato occidentale, quella che afaccia sul Tirreno, si muove invece in direzione nord, ma molto più lentamente. Il risultato è che le faglie, ovvero le fratture tra le rocce, sono “distensive”: si stirano. È come se gli Appennini fermi a ovest e “tirati” a est, subissero una lacerazione. La distensione è veloce: 3 o addirittura 5 millimetri l’anno, nei tempi geologici, sono molti. Ma anche nei nostri tempi umani non sono pochissimi: infatti lo spostamento viene rilevato dal sistema GPS. La lacerazione non è continua, avviene a strappi. Le forze elastiche di scorrimento tra le rocce si accumulano finche non avviene uno scatto. Ogni scatto produce onde sismiche, che in genere vengono rilevate dagli strumenti, ma non avvertite dagli uomini. Ogni tanto – ogni 4 o 5 anni in media nella zona dell’Appennino centro-meridionale – questi scatti sono maggiori e raggiungono la magnitudo 5 o 6. Quelle di Colfiorito e Assisi nel 1997, dell’Aquila nel 2009, di Finale Emilia nel 2012 e di ieri sono tutti scatti di potenza analoga lungo faglie di poche decine di chilometri che avvengono per distensione.

Tutto questo ci dice che terremoti in queste zone ben individuate dell’Appennino centro-meridionale definite ad alto rischio sono attesi. I geofisici non possono dire, con precisione deterministica, il giorno e l’ora. Ma ci dicono dove è statisticamente probabile che sismi di magnitudo intorno a 6 possono avvenire. Abbiamo, pertanto, mappe molto precise del “rischio sismico”. Tuttavia il “rischio sismico” non è il prodotto solo della probabilità che succeda un terremoto. Un terremoto di magnitudo 6 o 7 o anche 9, ove mai avvenisse, al centro del Sahara non costituirebbe una minaccia per nessuno. Un terremoto produce danni, dicono gli esperti di rischio, solo in presenza di altri due fattori: l’esposizione e la vulnerabilità.

Il Sahara non è vulnerabile (non ci sono case che possono crollare) e non è particolarmente esposto (ovvero non c’è una popolazione umana esposta). A Tokyo la situazione è diversa. Con una notevole frequenza di eventi sismici, con una popolazione di alcune decine di milioni di persone e una notevole densità abitativa, la città è molto esposta. Tuttavia è poco vulnerabile, perché gli edifici sono costruiti in modo da resistere a terremoti molti più potenti di quelli che si verificano in Italia. Ecco perché il rischio sismico a Tokyo resta basso.

L’Italia lungo l’Appennino centro-meridionale non è né il Sahara né Tokyo. I terremoti di magnitudo 5 o 6 sono frequenti, ma la popolazione esposta non è enorme. Purtroppo è estremamente vulnerabile, a causa dei tanti edifici che sono abitati pur non essendo costruiti secondo le norme antisismiche. Ecco perché un terremoto in Italia, anche se migliaia di volte meno potente che a Tokyo, causa più vittime.

Questa è una condizione inevitabile? La risposta non è semplice. Gli edifici presenti in Italia, soprattutto nei centri storici, sono antichi e belli: costituiscono un grande patrimonio culturale. Certo, almeno nelle zone ad alto rischio sismico, potrebbero (dovrebbero) essere messi in sicurezza. Ma non è semplice ed è, soprattutto, costoso. È, dunque, una questione di scelta, anche e soprattutto politica.
Certo è del tutto inammissibile che in queste zone edifici strategici – come gli ospedali e le caserme – ma anche di grande valore sociale – come le scuole o gli alberghi – non siano messi in sicurezza. È del tutto inaccettabile che anche edifici moderni siano costruiti in modo da non reggere un urto forte, ma non impossibile quale quello prodotto da terremoti di magnitudo 6 o 7. Ecco, dunque, che entra in gioco un altro fattore nella determinazione del rischio sismico. Il fattore percezione. A Tokio la percezione del rischio è alta e, allora la società si muove per diminuire la vulnerabilità. Qui da noi, malgrado tutte le tragedie consumate, la percezione resta bassa. E la vulnerabilità inaccettabilmente alta.

Commenti

commenti