Lasciamo perdere le lacrime di cui scrive Repubblica, un pianto che sarebbe persino comprensibile, immaginando la pressione caduta sulle spalle di una sindaca con poca esperienza amministrativa, che in Comune è già entrata, ma c’è stata solo per tre anni e da consigliera d’opposizione. La prima crisi affrontata da Virginia Raggi è una crisi complessa, frutto anche dell’accavallarsi di diverse questioni. Raggi ha molti fronti aperti, alcuni causati dalle sue scelte (come quella di aver voluto tenere al suo fianco Raffaele Marra, ex collaboratore di Alemanno e Polverini, anche se era in aperto contrasto con la dimissionaria Raineri), altri legati alla natura del Movimento 5 stelle che – in estrema sintesi – si sta scoprendo partito, vedendo svanire, in soli tre mesi, anni di propaganda sui cittadini al potere, sull’assenza di corpi intermedi, sulla trasparenza assoluta e la democrazia diretta.

Raggi ha dunque diversi problemi, e il primo è proprio Beppe Grillo. Almeno da punto di vista politico – perché, sì, spiace, ma i partiti hanno spesso problemi politici. Negli staff del Movimento descrivono Grillo come «arrabbiatissimo» e preoccupato da possibili ulteriori sviluppi. Una prima telefonata con la sindaca non è bastata, e il leader del Movimento scenderà a Roma lunedì, interrompendo le sue vacanze sarde. Resterà alcuni giorni, ancora non si sa bene quanti. Tutto il tempo che servirà per mettere ordine e evitare che Raggi si avviti ancora di più, chiusa tra i suoi fedelissimi e appunto Marra. Non è un commissariamento della sindaca – non lo è ancora – e questo per alcuni consiglieri è persino un male: «Magari», dicono sottovoce.

C’è poi il problema delle nomine. Problema che Grillo aiuterà a risolvere, ma che per il Movimento rischia di essere cronico, connaturale. Nello specifico della crisi romana, ci sono da sostituire l’assessore Minenna (che aveva deleghe importanti, al Bilancio, al personale e alle partecipate, e che molti nel Movimento già vedevano lanciato verso il ministero dell’Economia), il capo di gabinetto (che sarebbe il terzo, dopo Marra, poi retrocesso, Frongia, poi fatto vicesindaco, e Raineri), e i vertiti di Ama (Alessandro Solidoro era appena stato nominato, ma era un uomo di Minenna) e Atac. Le nomine arriveranno nei prossimi giorni, ma per ora non si sa dove sbattere la testa. Perché la questione è appunto più larga: il Movimento 5 stelle ha scoperto che non avere una propria classe dirigente, amministratori e dirigenti di fiducia e di area, è un dramma, una mancanza che ti spinge a fidarti del primo che trovi, ad ascoltare consigli che magari si rilevano poi (come alcuni 5 stelle sostengono, tra cui Di Maio) polpette avvelenate. Come è stato per Muraro, secondo molti.

A preoccupare di più, però, sono i consiglieri comunali. Che sono il terzo problema di Virginia Raggi, rappresentando una crisi che si intreccia ma è diversa da quella innescata dalle dimissioni di Minenna e Raineri. Giusto due giorni prima che scoppiasse il delirio, gli eletti dei 5 stelle si erano infatti riuniti negli uffici di via del Tritone e avevano approvato un documento con alcune precise richieste da girare alla sindaca. C’era la questione delle retribuzioni (con la richiesta di un tetto a 78mila euro) e c’era soprattutto la questione del coinvolgimento. Chiedevano un uomo (il capogruppo Ferrara) fisso nel direttorio, e riunioni periodiche con la sindaca. Perché dal balletto sulle Olimpiadi alle nomine, i consiglieri non hanno toccato palla, e lo sanno. Quel poco che è stato fatto è stato deciso tutto da Raggi, che infatti adesso – anche con Grillo – paga il suo impuntarsi, l’aver dato retta alla corrente del Movimento che ha ad esempio difeso Marra. E i consiglieri, a differenza di Grillo che può al massimo trattarti come un Pizzarotti qualsiasi, possono sfiduciare un sindaco.

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