Esco di casa, attraverso la strada ed entro. Non ho bisogno neanche di chiedere l’appuntamento. Il dermatologo è lì. Dall’altra parte della strada. Una strada piccola, di una città piccola. Dove c’è un ristorante, un parrucchiere, un dermatologo. Quelli dove si va e ci si incontra. Perché lì si va. Ho aspettato due giorni. Ma non passa. Lo stordimento non passa. L’ultimo ricordo di Matteo Cagnoni, l’assassino efferato di sua moglie, è di pelle bruciata. Un odore straziante per me. L’ultimo ricordo di Matteo Cagnoni, il mio dermatologo, è di me svenuta nel suo studio per l’odore della pelle di Sofia, mia figlia, bruciata dal suo laser mentre cercava di toglierle una piccola verruca dalla pianta del suo piede. Non era riuscito a farle l’anestesia e per qualche minuto, aveva insistito comunque. Sofia piangeva e io non l’ho sopportato, sono svenuta. Quando sono rinvenuta, l’ho portata via. Mi era rimasta addosso una sensazione veloce, fulminea, di ingiustizia, di indelicatezza. Di insistenza. E quel pianto troppo forte io non lo avevo retto. E non ero più tornata. Matteo Cagnoni era il mio dermatologo, era il dermatologo di tutta la famiglia talvolta, era il dermatologo di molte famiglie a Ravenna. Io attraversavo la strada di casa ed entravo, senza neanche chiedere l’appuntamento. Si fa così a Ravenna. E lui era lì. Tra diplomi, foto di famiglia e foto del papa. Tante. Tutto perfetto. Tutto pulito. Tutto bianco e composto.

Com’era l’assassino? Era un mostro? Non riesco a capacitarmi del racconto della mattanza di una giovane donna di 40 anni che voleva separarsi da lui ed è finita in fondo alle scale di una villa di famiglia, nuda e col cranio fracassato da bastonate. Com’era Matteo Cagnoni? Sempre calmo con me, impassibile, voce bassa, molto serio. L’avrei mai detto? Non l’avrei mai detto. Ma è sempre così. C’è solo quell’attimo. Torna solo quell’attimo in cui ho portato via Sofia. Il suo pianto era troppo e io sono svenuta. E’ possibile immaginare tutto questo? Non per me, mi chiedo però se chi gli fosse più vicino non avrebbe potuto sentire e poi fare. Fermarlo, farlo curare, non lasciarlo sprofondare in quella pazzia che invadeva tutto. Me lo chiedo, sempre. Perché altrimenti la ‘litania della normalità’, quella che si rompe improvvisamente, ogni volta senza segnali, che oggi pervade la piccola Ravenna continuerà uguale… “erano la famiglia del Mulino Bianco”. Biondi, di buona famiglia, sempre sorridenti. Da quel parrucchiere e a mangiare in quel ristorante. Perché lì si va e ci si vede. Perfettamente normali. E invece bisogna fidarsi degli attimi. E delle imperfezioni. Sentire la puzza di bruciato, reagire. Intervenire. Perché non esiste il “male” ma la mente che si rompe e che si può aggiustare, ma non si aggiusta da sola. Perché non è detto che sia. E perché potevano essere salvati tutti: la donna, l’uomo e i loro tre bambini. Oggi è il turno della piccola Ravenna, sconvolta da giorni. E chissà che non colga l’occasione per rompere tutto. Abitudini e perfezioni. Per uscire all’aperto, dove l’aria passa.

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