Otto nuovi impianti di incenerimento da realizzare. In barba alle politiche ambientali, il governo ha autorizzato otto nuove strutture pronte a fare il loro “sporco” lavoro.
Il motivo, si legge nel Decreto del Consiglio di ministri approvato la settimana scorsa (leggi qui), è far fronte al «fabbisogno residuo complessivo di incenerimento calcolato su scala nazionale», in maniera da ridurre il quantitativo di rifiuti diretto in discarica (oggi quasi il 40%).
Citando la Direttiva europea del 2008, infatti, il testo premette che “il recupero energetico dei rifiuti rappresenta un’opzione di gestione da preferire rispetto al conferimento in discarica dei rifiuti”. Vero. Peccato che la suddetta classifica metta l’opzione incenerimento come penultima, da preferire sì, alla discarica, ma solo dopo aver tentato e messo in atto azioni di riduzione della produzione, recupero e riciclo.
Ad aumentare, da direttiva europea così come stando alla legge italiana, dovrebbe essere la percentuale di raccolta differenziata e riciclo, fissata come obiettivo minimo al 65% del totale. L’Italia attualmente si aggira attorno al 45%. E il Consiglio dei ministri ne tiene conto, tanto che nel decreto si legge che gli impianti sono pensati proprio per partendo dal residuo di quel – per ora solo stimato – dato. Come a dire, rispondendo preventivamente a prevedibili obiezioni: “se anche arrivassimo al 65% di differenziata, gli impianti servirebbero lo stesso”.

Obiettivo del Decreto: bruciare 1.830.000 tonnellate di rifiuti in più all’anno. Ovvero un terzo del quantitativo attuale (5.910.099 t/a). Le regioni individuate a svolgere il compito, sarebbero nel Centro-sud e nelle isole: Umbria, Marche, Lazio, Campania, Abruzzo, Puglia, Sicilia e Sardegna.

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A lanciare l’allarme, Marco Affronte, biologo ed eurodeputato del Movimento 5 Stelle da sempre molto attivo e puntuale nella denuncia ambientale. «Cosa rischia l’Italia? La salute, prima di tutto, ma anche una bella multa per infrazione europea», scrive sul blog di Grillo. Gia, perché per quanto riguarda l’impatto ambientale dell’operazioni, il Piano, «non ritenendo che sussistano i presupposti necessari per sottoporre a valutazione ambientale strategica i contenuti programmatici generali», rimanda l’operazione alle singole Regioni, che avranno la responsabilità di valutare attraverso procedura di VAS ed eventualmente autorizzare o meno ciascun inceneritore. In realtà, la Valutazione starebbe al governo, come confermato dalla risposta (leggi qui) all’interrogazione depositata da Affronte in Commissione europea ad aprile scorso. Possiamo dunque prepararci a incassare l’ennesima proceduta d’infrazione sul tema?

Comunque, ora la palla passa alle Regioni. E sono proprio i territori che potrebbero riescano a bloccare, come spesso accade, le intenzioni del governo centrale. Per esempio aumentando le buone pratiche e rendendo inutile la costruzione di nuovi termovalorizzatori. Le amministrazioni locali, infatti, possono “presentare al Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare una richiesta di aggiornamento del fabbisogno residuo regionale di incenerimento dei rifiuti urbani e assimilati”, proprio «in seguito ad adeguamenti, riduzione della produzione dei rifiuti e maggiore riciclaggio», spiega il deputato grillino.

 

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