Masseria del Re. Lo Spesso. Fungaia. Masseria del Pozzo. Pianodardine. Coda di volpe. Somigliano ai nomi di antiche contrade di montagna, dove l’aria è incontaminata e la vita segue i ritmi dettati dai campi. Dietro questi appellativi fuori dal tempo, invece, si nasconde uno sterminato cimitero di rifiuti. La necropoli delle ecoballe: 5,6 milioni di bare nere dal peso di una tonnellata ciascuna, ammassate senza sosta tra il 2000 e il 2009, nel pieno dell’emergenza rifiuti che stremò la Regione Campania. Tra Giugliano e Villa Literno, a cavallo tra le province di Napoli e Caserta, ne riposano oltre 4 milioni. Il mare più inquinato d’Italia è lì di fronte, a un tiro di schioppo. Alle spalle, invece, si va consumando ogni giorno quella vergogna chiamata Terra dei fuochi.

L’equivoco nelle slide
È in questo preciso punto della mappa che lo scorso 30 maggio si accendevano i riflettori. Una benna a quattro denti afferrava il primo cumulo di rifiuti: le operazioni di rimozione delle ecoballe erano iniziate così. L’immagine di quel braccio meccanico, come Matteo Renzi e Vincenzo De Luca a favore delle telecamere, diventava l’epitome del riscatto di una terra martoriata. Presidente del Consiglio e governatore della Regione esultavano. Ma la prima ecoballa portata via da Villa Literno era un altro tassello della strategia mediatica partita molto tempo prima.

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