Lo aspettavano da tanto. E finalmente è arrivato, per il Movimento 5 stelle, il momento di enunciare il loro programma di governo. Certo, prima va prodotto. Ma ora qualche cognizione in più rispetto a tre anni fa, ce l’hanno. E soprattutto, hanno quello che serve: un partito. Hanno un leader, Luigi Di Maio (Di Battista non se ne abbia), hanno una segreteria, il direttorio e i probiviri, hanno i fondi, la macchina comunicativa della Casaleggio Associati. E hanno anche i loro piccoli scandali e i loro primi piccoli indagati (prontamente sospesi).

Si stanno istituzionalizzando, non c’è niente di male. Niente più non-statuto, ma “regolamento”, niente più “capo politico” ma “garante”, niente più “cittadini portavoce” ma “capogruppo alla Camera”, “vice presidente di Commissione”, ecc.

Tuttavia, essendo ancora una forza all’opposizione, una forza del “No” – non solo nel senso del referendum costituzionale -, non avendo ancora a che fare con i mille risvolti e compromessi che il funzionamento di una macchina amministrativa richiede, possono tenersi ancora sul generico. Anche se, a Roma, che è la prova più simile a quella di governo centrale, non sta andando benissimo.

La partita, sarà giocata molto all’interno. Ed è difficile pensare, conoscendo le tensioni interne fra seguaci dell’uno o dell’altro, che sarà meno fratricida della direzione nazionale del Pd. Oltre a Di Maio e Di Battista, la candidatura di Roberto Fico, visto come uno dei pilastri della vecchia guardia dello spirito movimentista, e non in rapporti rilassatissimi con il compagno di direttorio, è altamente probabile. Primo fra tutti gli ostacoli, sarà dover sottoporre ogni decisione alla rete. La democrazia diretta, impone che migliaia di cittadini – solo quelli iscritti al blog, ma tant’è – decidano parimenti chi dovrà essere il loro rappresentante. Tutto su piattaforma. Le modalità su chi candidare e come decidere, invece, verrano dall’alto.

E naturalmente, c’è la legge elettorale da ridefinire, prima. L’Italicum, che fino a giugno il Dibba chiamava “uno schifo”, non andrà certo bene. E invece si: «La nostra soluzione è applicare la stessa legge al Senato su base regionale. È sufficiente aggiungere alcune righe di testo alla legge attuale per farlo e portarla in Parlamento per l’approvazione», spiegano Vito Crimi e Danilo Toninelli. «Stiamo lavorando alla bozza che presenteremo in questi giorni. La legge recepirà in automatico le indicazioni della Consulta che si pronuncerà a breve. Dopo di che avremo una legge elettorale costituzionale pronta all’uso evitando mesi di discussioni e mercato delle vacche dei partiti». E per giustificare il clamoroso dietrofront, dovuto al fatto che l’Italicum, prima di tutti, converrebbe proprio ai Cinquestelle, garantiscono: «La nostra soluzione e l’azione di controllo della Consulta garantiscono l’approvazione di una legge costituzionale e al di sopra delle parti». E rincarano: «I partiti farebbero solamente una legge peggiore per i cittadini e “Anticinquestellum”». E lo stesso Di Battista, su Facebook, scrive: «Non ci faremo trascinare in estenuanti trattative sulla legge elettorale. Il Paese è stufo. Per noi l’Italicum, la legge elettorale che loro si sono votati, ha dei profili di incostituzionalità (se fosse così chi l’ha votata dovrebbe vergognarsi e sparire dalla scena politica)». Quindi si riscrive la legge? Niente affatto: «A ogni modo ce lo dirà la Corte Costituzionale. Una volta che si sarà pronunciata andremo al voto con quella legge corretta, sia alla Camera che al Senato. Punto». Punto.

Per i Cinquestelle quindi (e per Di Maio), prima si va al voto, meglio è. «Al voto il prima possibile», ha detto il leader 5s in un’intervista alla Cnn. «Il nostro governo sarà in grado di cambiare l’Italia e sarà libero dalla logica delle grandi banche». La campagna elettorale è iniziata.

Il programma

Per questo, ecco che si parte con la raccolta di consensi e la strutturazione di quelli che saranno i pilastri del programma. Il primo post, che promette votazione a breve, parte da una delle 5 stelle del Movimento: l’energia. Si comincia dunque dalle politiche energetiche.
«Di nuovo a parlare di energia. Sono 30 anni che parlo di energia – è Grillo che parla, nel video postato sul blog -. Dal Wuppertal Institute al Fattore Quattro, ai fratelli Weizsäcker, Sachs, Lester Brown. Li avevo conosciuti tutti nel mondo. Tutti che parlavamo di energia perché è un cambio di civiltà».

Il piano è a lunga durata: un piano trentennale-quarantennale dell’energia: «Dobbiamo passare all’elettrificazione. Dal petrolio all’elettrificazione in 30 anni», continua Grillo. Ecco dunque che nel loro programma, ci saranno le rinnovabili.
«Gradualmente passiamo alle rinnovabili, le produciamo noi, il Paese del Sole. Sono stato fra i primi ad avere un impianto fotovoltaico, qua, che mi faceva 5/6 kilowatt, e dovevo recuperare, stoccare in batterie». Lo dicono da sempre, è vero. Se saranno al governo, dovranno pensare incentivi, fonti coi quali finanziarli, elaborare bandi per selezionare “società pure” che potranno avervi accesso, e soprattutto: rinunciare all’enorme mercato petrolifico, al suo indotto. Quindi, ci si immagina un piano di riconversione e ricollocamento. Si immagina.
«Oggi c’è l’elettrico e la mobilità elettrica – risponde Beppe – Tesla, il signor Musk, ha fatto nei primi tre mesi della sua attività più guadagni di tutto l’anno dei petrolieri». E infine: «La Rockefeller Foundation non investe più un centesimo nel petrolio. Ci dobbiamo investire noi con questi cazzoni che sono al governo? Ma vi sembra normale?», chiosa.

Ed ecco la cosa più simile a un intento, una “filosofia”: «La nostra filosofia dovrebbe essere 2-20-20. 2: passare a un consumo medio di energia che è 6 kilowatt la media europea a 2, con l’efficienza e con le tecnologie. Ci lavorano i più grandi politecnici d’Europa, da 6 kw a 2 kilowatt. Poi da 40 tonnellate pro capite di materiale che consumiamo a 20 tonnellate, e da 40 ore di lavoro a 20 ore di lavoro».

Aspettiamo che ci dicano una cosa semplice: come.

Commenti

commenti