Approvata la legge di stabilità (in fretta e furia, e pazienza per le migliorie affidate agli emendamenti d’aula), Matteo Renzi ha annunciato che alle 19 sarebbe salito al Colle per rassegnare ufficialmente le sue dimissioni. E così ha fatto (anche se c’è chi si chiede, giustamente, perché si dimetta se ha ancora la maggioranza. Risposta: è la personalizzazione, bellezza). Confermata la sua intenzione, nel pomeriggio, in una sua consueta e-news, ha raccontato che a palazzo Chigi sono tutti intenti a fare gli scatoloni e che stanno predisponendo «un dettagliato report» da consegnare al suo successore, a cui l’uscente è «pronto a cedere il campanello, con un abbraccio e l’augurio di buon lavoro».

Renzi ha così chiuso la strada a uno scenario, un Renzi-bis, che aveva preso nuovamente corpo nella mattinata di oggi. «Un abbraccio a chi scriveva che stavo prendendo tempo perché non volevo dimettermi», ha infatti aggiunto intervenendo alla direzione del Pd, tappa obbligata nel tragitto tra palazzo Chigi e il Quirinale. Così, per ribadire.

Renzi non ha detto quale per lui sia quindi la strada da percorrere (non ha, per capirci, fatto come la Lega, che chiede di andare al voto, né come i 5 stelle che chiedono di andare al voto modificando prima la legge elettorale, applicando – è la novità di oggi – i resti dell’Italicum anche al Senato), tenendosi però aperta la porta (o la minaccia) del voto. Ai colleghi del Pd Renzi ha detto che il loro, «come partito di maggioranza, ha la responsabilità di risolvere la crisi». Ma che «il Pd non può essere il solo», non può essere l’unico «ad assumersi la sua responsabilità». «Anche gli altri partiti, almeno in parte», dice Renzi, «devono assumersi la loro responsabilità. Perché non può essere che mentre noi ci assumiamo la responsabilità di formare un governo di “responsabilità” ci si accusa nei talk di fare il quarto governo non eletto, il quarto governo figlio del trasformismo, il quarto governo con Alfano e Verdini».


Quello di Renzi è un messaggio alla minoranza dem, che vorrebbe rosolarlo un po’, ma è soprattutto un messaggio diretto al Colle
, con cui c’è una trattativa, evidentemente, ancora in corso. Sergio Mattarella, infatti, vorrebbe ammorbidire la crisi, e si sarebbe persino spinto a chiedergli di restare fino all’approvazione di una nuova legge elettorale. Renzi invece pare volersi togliere dall’impiccio il prima possibile, passando la palla ai gruppi parlamentari che, nel caso del Pd, sono eletti ai tempi del precedente segretario, Bersani. Qualunque cosa succeda, è evidentemente l’idea, non sarà Renzi a pagarne il conto. Lui farà solo gli affari correnti, e non parteciperà (per questo, ma non solo) neanche alle consultazioni (affidate, per il Pd, ai vertici del partito, Guerini e Orfini e ai capigruppo).

Con Mattarella dunque saranno ore di trattative (che saranno seguite dalla direzione dem convocata a oltranza), mentre con la minoranza saranno ore e settimane di scontro frontale. Perché nella prima comunicazione alla direzione Pd, ad esempio, non c’è stata traccia di mea culpa, anzi. Ripercorsi i successi del governo, Renzi si è esibito in numerosi «abbracci», «sorrisi», «auguri» ai vari avversari, dimostrando di abbracciare così lo spirito di chi in queste ore si sta facendo bello del 40 per cento (come il sottosegretario Luca Lotti). E alla minoranza dem, a chi si è speso per il No e domenica ha giustamente festeggiato, ha detto: «So che qualcuno di voi ha festeggiato. Lo stile certe volte è come il coraggio di Don Abbondio». E così si apre il tema, che noi di Left seguiremo attentamento, di quanto potrà durare la convivenza. In quello che (nelle intenzioni di Renzi) sempre più sarà, nonostante la sconfitta, il Partito di Renzi.

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