Aveva ragione Roberta Lombardi, Marra era «un virus che ha infettato il Movimento»? Pare proprio di sì, a legger la notizia dell’arresto del capo del personale del comune di Roma, Raffaele Marra, collaboratore fidatissimo, anzi consigliere, della sindaca Virginia Raggi, che l’ha prima voluto nel suo gabinetto e poi l’ha nominato al vertice di uno dei più importanti dipartimenti del Comune, il cuore della macchina amministrativa, quello da cui si dirigono i 23mila dipendenti del Comune.

Sono le ore della rivincita di Roberta Lombardi, dunque, quelle successive all’arresto di Marra, sviluppo dell’inchiesta sui suoi affari immobiliari, sulla casa comprata dalla sventita Enasarco (un affare da 22mila immobili) e sul rapporto con il costruttore Scarpellini. Quando a giugno la deputata del Movimento chiese a Raggi di rinunciare all’ingombrante Marra, infatti, venne accusata di voler danneggiare il Movimento, e di farlo solo per invidia, per una guerra interna contro Raggi, che non era il suo candidato alle primarie del Movimento. Addirittura Beppe Grillo si scomodò e scese a Roma per confermare la propria fiducia alla sindaca. Però aveva ragione Lombardi, che invece lasciò il direttorio.

E avevano però ragione anche le opposizioni, che chiedevano di cacciare Marra e rinfacciavano a Raggi rapporti poco chiari con il mondo da cui viene il dirigente, già collaboratore di Gianni Alemanno e Renata Polverini. Raggi, lo studio Sammarco, la destra avvocatizia romana. La sindaca ha sempre difeso le sue scelte (e così hanno fatto i consiglieri più in vista, come il capo della commissione trasporti, Enrico Stefano: «Marra è un dirigente esperto, mi ha consigliato molto i primi tempi», disse a noi). E ora paga la sicurezza ostentata – un sicurezza, che è un po’ la cifra dei grillini e che prudenza consiglierebbe di archiviare. Perché governare, ormai dovrebbero aver capito, è cosa complessa (che richiede, peraltro, professionalità, gente che lo faccia di mestiere, visto che l’alternativa è affidarsi a dirigenti che – si spera – non si conosce).

Il più dei consiglieri oggi si mostrano sorpresi, dimostrando anche loro – fermo restando l’attesa sull’esito dell’inchiesta – di non aver voluto cogliere i segnali. «Abbiamo appreso la notizia dell’arresto di Raffaele Marra dalle chat», dice all’Ansa il consigliere comunale Angelo Diario: «non se lo aspettava nessuno». «Non ce lo aspettavamo assolutamente, non ci risultava nemmeno indagato», aggiunge la collega Carola Penna, che prova a rigirare la frittata: «ma se la magistratura ci dà una mano a ripulire la pubblica amministrazione, e parlo in generale», aggiunge, «ci fa solo un favore». Così però è troppo facile. Posto che è lecito, per uno al primo mandato in aula Giulio Cesare, non sapere nulla di Marra e della sua storia, indizi preoccupanti sono usciti ben presto, pubblici (la stessa Lombardi si è fatta la sua idea leggendo le inchieste di Emiliano Fittipaldi su l’Espresso) e alla portata di tutti.

Lombardi è quindi soddisfatta, ma aver ragione in questo modo ha un gusto amaro. Sono ore, infatti, in cui non si escludono le dimissioni di Raggi, che avrebbero anche un senso, punita per l’eccessiva spavalderia. Con lei, però, perderebbe l’intero movimento. Ed è questo il motivo per cui alla fine, si farà quadrato, con Raggi che dice «l’amministrazione va avanti» perché su Marra «abbiamo solo sbagliato a fidarci». Ha iniziato Grillo, lasciando che a parlare per prima fosse la sindaca, e seguirà pure chi aveva avvisato degli errori. Chiedendo però che finisca, adesso, veramente, lo strapotere del “raggio magico”.

Virginia Raggi da sola, evidentemente, non è in grado. Due pilastri aveva, Muraro e Marra, due ne ha persi. Ora dovrà ridimensionarsi. E con lei – qualcuno penserà – anche i big nazionali che l’hanno sostenuta. Per Luigi Di Maio, insomma, – che noi intervistiamo, sull’esito del referendum, sul numero di Left in edicola da sabato – l’arresto di Marra è una pessima notizia.

Su Left in edicola dal 17 dicembre anche un’intervista a Luigi Di Maio

 

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