In Cina da alcuni giorni non è più permesso condividere sui social network file video e audio prodotti da utenti privati che non provengano da fonti ufficiali.
«No fantasmi. No storie d’amore omosessuali. No nudità» sono alcune delle nuove indicazioni del Governo.

«Gli utenti non possono diffondere video autoprodotti sugli eventi attuali» recita l’avviso dell’Amministrazione di Stato della Stampa, Pubblicazione, Radio, Film e Televisione e «le compagnie di social media devono rafforzare la gestione e il controllo dei video».
La nuova legge ha colpito le grandi piattaforme web cinesi come la Sina Weibo (un ibrido tra Facebook e Twitter), usate da 700 milioni di cinesi, quasi un quarto degli utenti mondiali della Rete.

«La scelta di colpire i grandi siti è dovuta alla recente esplosione di contenuti live» ha commentato Duncan Clark, il fondatore della società di consulenza e di investimento BDA, specializzata nella rete Internet cinese. Weibo, in effetti, stima più di 400 milioni di visualizzazioni al giorno con un altissimo tasso di condivisione di video autoprodotti e il CEO della compagnia, Gaofei Wang, ha confermato la tendenza: «Stiamo assistendo – ha dichiarato – al decollo dei video brevi e dei video in diretta».
I video girati con il telefono, in Cina e non solo, sono spesso l’unica fonte di informazione alternativa a quella ufficiale e sono testimonianze uniche su luoghi e tematiche taciuti all’esterno del Paese, come gli illeciti dei corpi di polizia, le proteste contro l’inquinamento e i suicidi degli attivisti tibetani.
Il divieto di condividere video home made arriva in Cina giusto alcune settimane dopo che il Governo ha dato l’ordine alle sezioni di polizia locale di censurare i video di denuncia sui disastri ambientali pubblicati sui social media, per far fronte a una situazione spesso fuori controllo.
La legge arriva, inoltre, dopo una lunga serie di operazioni censorie ai danni della libera circolazione delle informazioni messe in atto dal Governo cinese negli ultimi anni.

Era il 1987 quando la prima mail è stata inviata dalla Cina, il 1994 quando ha cominciato ad avere una diffusione di massa e il 1997 quando la rivista Wired ha coniato l’espressione “Great Farewell” per definire il sistema sviluppato dal Ministero della Pubblica Sicurezza cinese per controllare l’accesso ai siti web considerati “dannosi” per i cittadini cinesi.
Tra i siti stranieri bloccati dalla grande muraglia virtuale, Google è stato sbarrato la prima volta nel 2002 per nove giorni, Youtube nel 2008 in seguito ai disordini in Tibet e Facebook e Twitter nel 2009, dopo gli scontri tra la minoranza uiguri e la polizia nello Xinjiang.
Al momento, questi siti – insieme a Google.com, Instagram, Tumblr, Snapchat, Picasa, WordPress.com, Blogspot, Blogger, Flickr, SoundCloud, Google+, Google Hangouts e Hootsuite – sono bloccati e l’unico modo per accedervi è quello di utilizzare una Virtual Private Network (VPN).
Lo stesso vale per i motori di ricerca di Google, Duck Duck Go e per diverse versioni di Baidu e Yahoo; per i siti New York Times, Wall Street Journal, The Economist, Bloomberg, Reuters, Le Monde, L’Equipe, Netflix, Youtube, Vimeo, Google News, Daily Motion, molte pagine di Wikipedia, Wikileaks; per gli strumenti di lavoro Google Drive, Google Docs, Gmail, Google Calendar, Dropbox, ShutterStock, iStockPhotos, WayBackMachine, Scribd, Xing, Android e per quasi tutti i siti pornografici.

Inoltre, – ha denunciato l’Electronic Frontier Foundation (Eff) – gli internauti cinesi provenienti dalla provincia dello Xinjiang hanno dovuto rinunciare a Whatsapp, a Telegram e a tutti i programmi di messaggistica istantanea sicuri, perché sfuggono al controllo del Governo, pena l’interruzione della connessione Internet.
Sulla scia delle rivelazioni di Snowden sullo cyberspionaggio degli Stati Uniti sulla Cina, poi, il Governo cinese ha deciso di centralizzare il controllo sulla Rete, inaugurando il Gruppo dirigente centrale per il cyberspazio presieduto dal segretario del Partito Comunista Xi Jinping e l’Ufficio di informazione per l’Internet dello Stato, diretto da Lu Wei.

Dopo decenni di controllo ferreo sulle informazioni in entrata, perciò, negli ultimi anni, allo “scudo d’oro” che isola la Cina dai valori occidentali, si è aggiunta la censura dei contenuti in uscita dagli utenti cinesi, secondo un’amministrazione cibernetica che Lu Wei ha definito «con caratteristiche cinesi». Con l’effetto di creare un Internet nazionale, simile a quello degli altri, ma cinese, in cui impera la “sovranità sulla rete” e il controllo del Governo, che privilegia le aziende di social network locali a quelle straniere e concede il suo mercato web solo agli investitori stranieri che si adeguano alle leggi cinesi.
Con i suoi 700 milioni di utenti e 4 milioni di siti attivi, la navigazione Internet cinese è stata considerata da Reporters sans frontières una delle più controllate del mondo, seconda solo alla Corea del Nord, alla Siria, al Turkmenistan e all’Eritrea.

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