Un nuovo scandalo si abbatte sul presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che negli anni in cui è stato premier del Lussemburgo ha fatto quel che poteva per ostacolare gli sforzi dell’Unione per colpire l’elusione fiscale da parte delle grandi multinazionali. A rivelarlo è il Guardian che ha ottenuto una serie di cablogrammi confidenziali interni alla diplomazia tedesca, passati al quotidiano britannico dalla NDR, gruppo radiofonico che opera in Germania.

Dalle comunicazioni interne scopriamo del ruolo giocato da Juncker – e non solo da lui – nel Gruppo per un codice di condotta della tassazione delle imprese, un gruppo semi-sconosciuto interno alle istituzioni comunitarie nato diciannove anni fa per verificare che i Paesi aderenti all’Unione non utilizzassero le proprie regole fiscali per farsi concorrenza sleale. Le carte segnalano come una serie di regole che l’Unione aveva intenzione di darsi siano state bloccate dagli sforzi congiunti di Lussemburgo, talvolta Olanda e qualche altro Paese membro. E siccome il comitato funziona all’unanimità, bastava il piccolo Granducato, noto per essere un paradiso fiscale, a impedire l’approvazione di regole capaci di impedire alle multinazionali di utilizzare regimi fiscali diversi e trucchi contabili per evitare di pagare tasse ai Paesi dove fanno profitti.

Negli ultimi anni il Lussemburgo sembra aver attenuato questa intransigenza e la volontà di preservare il proprio ruolo di hub europeo per le sedi fiscali delle multinazionali, ma resiste comunque all’idea – avanzata nel comitato – di rimuovere il meccanismo dell’unanimità come metodo per approvare riforme, come richiesto da Germania, Francia e Svezia. Ovvero il Paese di 560mila abitanti con il Pil pro capite più alto del continente vuole comunque garantirsi il potere di veto.

Tra le regole che il Lussemburgo ha impedito di approvare c’è l’idea di sottoporre a revisione tutti gli accordi fiscali tra singoli Stati nazionali e corporations (ovvero benefici fiscali in cambio di investimenti), un’indagine transfrontaliera che verificasse le strategie di elusione fiscale utilizzate dalle multinazionali per pagare meno tasse e la creazione di un sistema automatico di condivisione dell’informazioni.

La vicenda sarà un nuovo colpo per l’immagine del presidente della Commissione, già messo in difficoltà dai dati sull’elusione fiscale garantita nel suo Paese negli anni in cui era alla guida del Granducato. E questo nonostante l’Europa, protagonista la commissaria alla concorrenza, la danese Margarete Vestager, stia prendendo misure concrete e multando le multinazionali per la loro elusione: il caso Apple, richiesta di pagare 13 miliardi arretrati all’Irlanda è il più clamoroso e indagini vengono portate avanti anche su Amazon, McDonald’s, Engie (ex GDF-Suez), Google. Alcuni sono gruppi americani e potrebbero aprire scontri furibondi con la amministrazione Trump.

 


 

Da sapere

Il Gruppo per un codice di condotta della tassazione delle imprese ha individuato una serie di sistemi utilizzati dai singoli Stati per far pagare meno tasse. Ci sono i meccanismi più semplici come adottare un regime fiscale particolarmente conveniente per un determinato settore, benefici fiscali speciali per i non residenti (o per i residenti come è il caso della Gran Bretagna), incentivi per attività che non hanno alcun impatto sulla base imponibile nazionale; la concessione di vantaggi fiscali, anche in assenza di una vera e propria attività economica; la base di determinazione dei profitti per le aziende in un gruppo multinazionale si discosta dalle regole accettate a livello internazionale, in particolare quelle approvate dall’OCSE; mancanza di trasparenza.

In un rapporto del novembre 1999 il Gruppo ha anche segnalato 66 misure fiscali con caratteristiche nocive –  40 negli Stati membri dell’Ue, 3 a Gibilterra e 23 nei territori dipendenti o associati (in genere ex-colonie o territori di Sua Maestà la regina d’Inghilterra).

Un rapporto di una rete di organizzazioni della società civile del 2016 segnala invece che gli accordi speciali con le multinazionali da parte di Paesi europei stanno conoscendo un boom. Nonostante lo scandalo dei Luxembourg papers abbia aperto uno squarcio su queste modalità. Tra le cose che i grandi gruppi fanno c’è il trasferimento di profitti tra una società e l’altra – esempio: la mia compagnia che si trova in Italia dove pagherebbe molte tasse sui profitti, fa una commessa a una, dello stesso gruppo, che si trova in Irlanda, dove ne paga un terzo; la prima così va in pareggio e non paga tasse, la seconda fa profitti, ma ne paga poche a causa del regime fiscale privilegiato.

Il rapporto ricorda come gli accordi tra singoli Paesi e multinazionali sia passato da 547 nel 2013, a 972 nel 2014, per raggiungere  i 1444 a fine 2015 –  un aumento di oltre 160 per cento tra il 2013 e il 2015 (e di quasi il 50 per cento tra 2014 e 2015). Secondo il Parlamento europeo l’elusione fiscale delle multinazionali che adottano questi sistemi per non pagare le tasse, costano alle casse pubbliche dei 28, circa 70 miliardi l’anno di risorse non raccolte. I Paesi europei stipulano anche accordi commerciali con Paesi in via di sviluppo ottenendo concessioni sui regimi fiscali per i proprio investimenti (che vuol dire che le imprese dei singoli Paesi fanno profitti in Africa o Asia lasciando poco alle casse statali di quei Paesi).


 

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