Mancano poco più di quindici giorni all’inaugurazione di Donald Trump e ieri il futuro presidente degli Stati Uniti ha spiegato, come al solito con un tweet, che la Corea del Nord non concluderà il suo progetto per la costruzione di un missile nucleare. «Semplicemente, non succederà!» recita il tweet che risponde all’annuncio di inzio anno di Kim Jong Il che spiegava a sua volta che Pyongyang è a un passo dal raggiungere questo risultato.

Cosa questo voglia dire non è chiaro: bombardare la Corea a tappeto? Infettarne i computer e far saltare il progetto? Aspettare che il regime collassi? Oppure niente di tutto questo e solo un annuncio come un altro. Uno dei tanti fatti in queste settimane, in maniera più o meno avventata o improbabile.

Per certo gli americani, una parte di essi, che non aspetta la venuta di Donald Trump come quella del prestigiatore che risolverà i problemi del Paese, sono preoccupati. Paul Krugman parla di guerra commerciale imminente e di un regime che rischia di diventare Trumpistan.

I lavoratori bianchi che hanno fatto in modo di eleggere Trump, scrive il premio Nobel per l’economia, vogliono tariffe commerciali per far tornare le fabbriche nei confini. Improbabile e complicato, l’economia mondiale funziona per filiere produttive internazionalizzate e il rischio è quello che alzando le tariffe altre fabbriche chiudano.

Chi di lavoratori bianchi e delle loro sofferenze se ne intende è Bruce Springsteen. Ha cantato le loro storie, il declino della Rust Belt, la sofferenza della mancanza di lavoro. E conta milioni di fan tra quei lavoratori che hanno votato Trump. Fu lui a cantare per Obama nel 2012 in Ohio, accanto a Bill Clinton (che all’epoca era ancora amato tra i blue collars) per convincerne qualcuno a schierarsi con il presidente nero. A garantire per lui, in qualche modo. E a novembre, assieme a Jon Bob Jovi, ha cantato per Hillary a Philadelphia. Due cantanti bianchi che raccontano storie che la gente conosce. Stavolta non ha funzionato.

Proprio Bruce Springsteen in un’intervista radiofonica con Marc Maron, ha parlato dei suoi timori sulla presidenza Trump. Alla domanda, hai paura? «Ho provato disgusto prima per la politica, ma mai il tipo di paura che provo ora», ha detto Springsteen parlando dell’amministrazione entrante. «Non è una questione ideologica, non è solo che non sono d’accordo, la domanda è queste persone sono abbastanza competenti, sono in grado di fare questo lavoro?».

«Capisco come sia successo che sia stato eletto, conosco gente che lo ha votato: la deindustrializzazione, le tecnologie, la globalizzazione e qualcuno ti promette “Ehi, non vi preoccupate, faccio tornare tutti i posti di lavoro, siete preoccupati dell’America meno bianca? Faccio un muro”...sono risposte che semplificano, sono bugie, non succederanno, ma se hai fatto fatica per gli ultimi 30 anni…un po’ il centro, il tema della mia produzione artistica, e ti senti tradito….quel discorso parla ai tuoi demoni peggiori…a te che dici, io mi spezzo ancora la schiena…e se qualcuno ti offre qualcosa di diverso, è una scelta che può convincere» conclude Springsteen. La promessa del ritorno delle ciminiere, delle fornaci e delle miniere di carbone ha funzionato. In molti sono preoccupati, ma in Ohio, Michigan, Pennsylvania, hanno comprato le promesse. Sono una minoranza degli americani, ma tra quindici giorni cominceremo a vedere gli effetti del loro voto.

Bruce Springsteen canta Youngstown a Youngstown, Ohio

Intanto Rebecca Ferguson, che è diventata famosa con X Factor nel 2010 e che ha inciso un album di cover di Billie Holiday, è stata invitata a cantare all’inaugurazione. La risposta della cantante è: «Si può fare, ma voglio cantare Strange Fruit», la canzone incisa dalla cantante afroamericana e che mette in musica i versi del professore di scuola e poeta Abel Meeropol, e che parla degli afroamericani linciati e impiccati agli alberi. Il brano venne rifiutato dalla Columbia per paura della reazione al Sud e, inciso per la Commodore, fu il disco di Billie Holiday che vendette più copie. Vedremo se Trump accetterà l’idea, che sarebbe un calcio sui denti a una parte dei suoi elettori del Sud – o al suo prossimo Segretario alla Giustizia, Jeff Sessions, che ha fatto diverse gaffe razziste e condotto azioni discutibili in materia di discriminazione razziale. Ad oggi, lo spettacolo inaugurale sarà piuttosto moscio: Justin Timberlake, Elton John, Celine Dion, Andrea Boccelli e diversi altri si sono rifiutati di cantare. Confermate le Rockettes, corpo di ballo un po’ Sixties, la piccola celebrità, seconda ad America’s got talent, la sedicenne Jackie Evancko e il Mormon Tabernacle Choir, che diversi membri hanno lasciato dopo aver saputo di essere stati arruolati con Trump. Per uno a cui piace dare spettacolo, un pessimo risultato. Il clima sarà quello da gara di ballo anni ’50, come l’America che qualcuno sogna possa tornare.

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