L’Ufficio statistico federale tedesco (Destatis) ha pubblicato ieri le stime relative ai valori dell’inflazione per il mese di dicembre 2016. Secondo i dati del Destatis, la crescita dei prezzi si è attestata intorno all’1,7 per cento su base annuale, con un salto del 0,7 per cento rispetto al mese di novembre 2016.

Come si legge su Die Welt, le ragioni principali dell’aumento dell’inflazione in Germania sono da ricercare nell’aumento del costo dell’energia, nell’evoluzione positiva dei salari e nell’effetto Trump (le politiche economiche  protezioniste annunciate dal neo-eletto Presidente degli Stati Uniti hanno provocato aspettative di un rialzo dei prezzi a livello globale).

Lungi dall’essere una notizia per economisti, il tema è uno di quelli che scotta e che conta per la tenuta politica dell’Ue. Come mai?

A prescindere dal fatto che la Germania sia un Paese storicamente avverso all’inflazione, il punto centrale della questione è che la notizia sui valori dell’inflazione mettono in discussione, dal punto di vista tedesco, la politica monetaria della Banca centrale europea (Bce).

A essere più precisi, il trend al rialzo dei prezzi confermerebbe, da un lato, la “bontà” delle decisioni di Draghi in materia di “quantitative easing” – alimentare un’inflazione vicino al 2 per cento è infatti l’obiettivo ufficiale e istituzionale della Bce -, mentre, dall’altro, aumenterebbe le pressioni sui centri decisionali di Francoforte per un rialzo dei tassi di interesse.

Il problema è che un’inflazione oltre l’1 per cento in Germania non corrisponde necessariamente a un aumento anche negli altri Stati dell’Eurozona. Sebbene anche in Francia e Spagna sia prevista una crescita del livello dei prezzi, l’Eurozona, nel suo complesso, a dicembre 2016, dovrebbe segnalare un’inflazione pari all’1 per cento secondo fonti citate da Handelsblatt. Conseguentemente, anche il rialzo dei tassi di interesse sarebbe nell’esclusivo interesse della Germania e, più nel dettaglio, dei risparmiatori tedeschi.

Quel che è certo è che le reazioni politiche da parte tedesca non si sono fatte attendere. Secondo l’esperto economico dell’Unione Cristiano-democratica (Cdu), Carsten Linnemann, a questo punto, è in discussione «la credibilità della Bce […] Draghi ha giustificato la politica del “0 per cento” sulla base dei rischi di uno scenario deflattivo». Se Francoforte non agirà nella direzione di un rialzo, «verrebbe confermato il dubbio che la politica monetaria sia motivata politicamente e che serva gli interessi particolari dei Paesi del sud Europa».

Peccato che la Bce debba tenere in considerazione il livello dei prezzi generale dell’Eurozona e non di un Paese specifico. Inoltre, secondo molti analisti, l’inflazione così detta “core” (quella che non tiene conto delle fluttuazioni dei prezzi dell’energia) non sarebbe ancora su un percorso di crescita stabile. Detto altrimenti: è difficile che le preoccupazioni tedesche portino a una revisione delle politiche monetarie di Francoforte.

Allo stesso tempo, gli interessi del “risparmiatore” rimangono al centro della politica nazionale tedesca. Ancor di più nel 2017, anno di elezioni politiche federali. E c’è da scommettere che, almeno a destra, scatterà il tiro al bersaglio contro le politiche monetarie della Bce “che servono gli interessi dell’Europa del sud”.

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