Condividi

Frustate, calci in faccia e sulla schiena. Un poliziotto birmano con la sigaretta in bocca filma con il telefonino le violenze dei suoi colleghi, con l’aria fiera e lo sguardo fisso sulla videocamera. Seduti per terra, in cattività, con le gambe protese in avanti e le mani dietro la nuca, centinaia di persone senza cittadinanza. Sono i Rohingya, un popolo musulmano stanziato a Nord dello Stato occidentale del Rakhine, il più bistrattato e perseguitato del Myanmar. La legge di Cittadinanza del 1982 non li include neppure tra le 135 “razze nazionali” del Paese multietnico. Per il governo, e le popolazioni buddiste confinanti, non si tratta nemmeno di un popolo, ma di immigrati illegali arrivati dal Bangladesh e quindi titolari di nessun diritto.

Il video girato qualche settimana fa dal poliziotto ha fatto il giro del web suscitando scalpore, almeno quanto le immagini dei profughi fuggiti su imbarcazioni di fortuna tra la primavera e l’estate del 2015, per ritrovarsi, esausti e denutriti, abbandonati al largo del mare di Andaman. Stranieri in casa propria: 1,1 milioni di Rohingya vivono di fatto in un sistema di apartheid, privi di libertà di movimento e di sicurezza sanitaria.
Era dal 2012 che non si verificavano violenze di questa intensità, da quando gli scontri tra le comunità nazionaliste buddiste e quella mussulmana nel Rakhine provocarono decine di morti e migliaia di profughi. Poi i militanti Rohingya si sono organizzati in un comitato con sede a Mecca, l’Harakah al-Yakin (Movimento di fede). Proprio questi militanti hanno rivendicato l’assassinio di nove ufficiali di polizia birmani il 9 ottobre scorso a Maungdaw, rilasciando in seguito dei video in cui annunciano di non potersi affermano: «La nostra gente ha deciso di liberarsi dagli oppressori». E annunciano che non si fermeranno finché non avranno raggiunto il loro obiettivo.

Il reportage integrale lo trovate su Left in edicola dal 14 gennaio

 

SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti

Condividi