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Ci siamo, oggi il circo di casa Barnum si trasferisce da midtown Manhattan, dove svetta la Trump Tower e dove dall’8 novembre in poi il presidente eletto ha riunito il suo staff, a Washington. Giuramento, parata, discorso, ballo inaugurale, un po’ di folla, ma niente a che vedere con quella di otto anni fa.

L’era composta di Obama volge al termine e comincia la, speriamo breve, scoppiettante era Trump. Il 71enne del Bronx, rampollo di una famiglia di costruttori, plurimaritato, immobiliarista senza scrupoli, padrone di Miss Universo e Miss Mondo per anni, l’amico delle celebrities più trash che sembra uscito da un film dei fratelli Vanzina degli anni ’80 e conduttore televisivo di reality ce l’ha fatta. Ci aveva pensato già più di una volta a diventare presidente, e ogni volta aveva fatto un passo indietro prima di cominciare. Era sempre stato una voce critica nei confronti della politica – con la quale ha però sempre intrattenuto ottimi rapporti – e negli anni di Obama ha accentuato i toni. Ad esempio alimentando le voci secondo le quali il presidente non sia americano. E grazie a una campagna aggressiva, populista, a toni esagerati e promesse roboanti è riuscito nell’impresa. Ora gli americani, che hanno votato più Hillary Clinton, ma che in alcuni Stati chiave e in crisi, grazie al voto bianco e disilluso di molti lavoratori gli hanno regalato la vittoria, se lo terranno per quattro anni. E noi con loro. Oggi intanto a Washington saranno più quelli che protestano che non i sostenitori. E ieri ci sono state manifestazione a New York e persino a Manila (di tutto quanto c’è in preparazione parliamo qui)
Con Trump e famiglia – che avrà un ruolo cruciale nella sua presidenza – sbarca a Washington un’amministrazione di destra, a tratti imbarazzante e piena di conflitti di interesse. Cosa ci sia da aspettarsi, quasi non lo sappiamo. Proviamo però a mettere in fila un po’ di cose capitate in questi mesi per farci un’idea.

Un’amministrazione di bianchi
Poche donne, pochi giovani, poche minoranze. E nessun ispanico. L’amministrazione Trump sembra uscita dagli anni ’70, quando a guidare il Paese c’erano ancora loro, i bianchi da soli. La figura qui sotto è una rappresentazione della composizione del Paese, degli incarichi assegnati da Trump e del suo elettorato: più dell’80% dei voti del presidente eletto sono bianchi e così i membri del suo gabinetto. Trentuno nomine, 5 donne, 3 membri di minoranze. Due delle donne sono anche membri di minoranze: l’indiana Nikki Halley, ex governatrice della South Carolina e Ellen Chao, che è moglie del capo della maggioranza in Senato, McConnell. L’unico afroamericano è Ben Carson, a cui Trump ha restituito il favore del sostegno. E c’è Sheena Verma, che non sarà un Segretario, ma gestira le assicurazioni mediche pubbliche.

Una amministrazione di miliardari in conflitto di interesse

Mai un governo mondiale ha contato tanti miliardari e milionari: almeno 5 i primi, molti di più i secondi. Non male per uno che prometteva di combattere i poteri forti e di “ripulire la palude”. I primi ad avere conflitti sono TheDonald e suo genero: non hanno intenzione di cedere i business di famiglia e quando lasceranno l’incarico, se quelle compagnie saranno cresciute, loro saranno più ricchi. Inutile dire che, specie in Paesi piccoli e corrotti, far costruire grattacieli può essere un buon modo per avere buoni rapporti con gli Stati Uniti. Esempio: il socio di affari di Trump nelle Filippine potrebbe essere nominato ambasciatore negli Usa dal presidente Duterte. Poi c’è, per fare un solo esempio, il Segretario di alla Salute, Tom Price, membro della camera dei rappresentanti che è stato beccato a comprare azioni di compagnie farmaceutiche favorite da leggi che si apprestava a far votare. Price comprava, proponeva la legge, le azioni salivano. Unico buon esempio, il Segretario di Stato Rex Tillerson, che ha ceduto ogni quota in Exxon.

Un’amministrazione di incompetenti

L’esempio clamoroso è Betsy DeVos, miliardari, moglie del fondatore della Amway, una multinazionale dei servizi e sorella del fondatore di Blackwater ( i famigerati contractors dell’Iraq di George W. Bush), la nominata al posto di Segretario all’educazione, non crede alla separazione tra chiesa è stato ed è un clamoroso esempio di inettitudine e ha mentito durante le audizioni di conferma in Senato. La fondazione della madre, di cui lei è stata vicepresidente per anni, ha donato milioni a campagna anti-gay, ma lei ha negato di essere mai stata nel consiglio di amministrazione. Incalzata dal senatore Al Franken sui metodi di valutazione degli studenti – non entriamo in particolari – non sapeva di cosa si stesse parlando. Richiesta se le armi dovessero essere bandite dalle scuole, risponde: «Magari in Montana ne hanno bisogno per difendersi dagli orsi». Che vuol dire no. Poi ci sono il Segretario all’energia Rick Perry, che quando si è candidato alle primarie aveva promesso di chiudere l’agenzia che guiderà e il direttore dell’agenzia dell’ambiente che da Procuratore dell’Oklahoma ha fatto causa all’amministrazione Obama per aver imposto limiti alle emissioni di gas serra.

Un’amministrazione in conflitto con le promesse del presidente
Tre esempi rapidi: il futuro capo della Cia, Mike Pompeo, ha detto che non si deve tornare alla tortura e al waterboarding (al contrario del presidente) e che si, i russi hanno cercato di influenzare le elezioni. Il capo del Pentagono, James “mad dog” Mattis, ha detto che la Russia è un nemico. Il Segretario al Tesoro ha detto che le sanzioni alla Russia vanno confermate. Il Segretario alla Sicurezza nazionale (il ministro degli Interni), Kelly, ha detto che il muro con il Messico non servirà a fermare gli ingressi di irregolari e confermato che la tortura non serve e non si deve usare. Sugli accordi internazionali: il Segretario di Stato Tillerson ha detto che quelli sul clima di Parigi non vanno gettati via e Mattis, parlando dell’accordo con l’Iran ha spiegato: «Gli Usa mantengono la parola data».
Un presidente poco presidenziale
Donald Trump ci ha abituati ad usare twitter per sparare ad alzo zero contro chi lo critica. Cnn e Washington Post sono produttori di fake news, le celebrities che non saranno all’inaugurazione non sono mai state invitate, Meryl Streep è un’attrice mediocre, Hillary Clinton una corrotta. Era così in campagna elettorale ed ha continuato dopo. Che succede da domani? Vedremo, ma i modi istitntivi di Trump rischiano di creare danni enormi. In un’intervista a FoxNews ha speigato che non smetterà di usare il suo account.
Un presidente che non conosce l’arte della diplomazia
A proposito di account twitter e reazioni non riflettute: nelle scorse settimane Trump ha chiamato il presidente di Taiwan, minacciato di superare la politica di “Una Cina” (quella popolare, con Taiwan che è amica, ma non riconosciuta ufficialmente come Paese), parlato a sproposito delle isole del Mar della Cina che Pechino rivendica. Un diplomatico di carriera ha spiegato: «La politica della “Una Cina” non è una delle politiche, è la politica». Come dire: se salta quella i rapporti con Pechino vanno gambe all’aria. Anche le promesse di rivedere gli accordi commerciali hanno lo stesso sapore. Ci sono cose che non si fanno. Se Washington deciderà di aprire un conflitto con Pechino potenzialmente epocale, deve farlo per delle ragioni, non perché al presidente correva l’uggio di parlare al telefono con la sua omologa a Taiwan.  Stessa cosa si dica per la promessa di spostare l’ambasciata Usa in Israele a Gerusalemme. Una provocazione inutile che getterebbe benzian sul fuoco in una regione già in fiamme.
A questo elenco potremmo aggiungere: la nomina di Steve Bannon, campione dell’estrema destra e dialogatore con la destra populista europea, a stratega in capo e i rapporti pessimi con molte figure importanti del suo partito – determinante per far avanzare le idee di Trump in Congresso. Tanto per scegliere altri due argomenti di cui preoccuparsi. Ma forse, per il primo giorno basta così.

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