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Il 20 gennaio 2008 a Washington c’erano un milione e 800mila persone e il giuramento di Obama fu una enorme festa. Nel 2010 gli Stati Uniti furono attraversati da un grande movimento di destra. A un anno dall’elezione del primo presidente nero, l’idea diffusa dalle talk radio e dai media di destra che questi avrebbe aumentato le tasse e che la riforma sanitaria avrebbe peggiorato le condizioni di copertura degli assicurati (e non ultimo il fatto che l’inquilino della Casa Bianca fosse nero), creò un’onda che portò alla disfatta dei democratici alle elezioni di midterm del 2010. Donald Trump sembra aver creato un movimento ancora prima di essersi insediato ufficialmente.

In questi giorni in decine di città, migliaia di persone hanno manifestato contro l’ipotesi di cancellazione della riforma sanitaria – che Trump vuole fare in maniera spedita, contro il volere del suo partito. Tutti i media locali si dicono sorpresi dalla partecipazione: in Colorado, un rappresentante repubblicano è stato accolto nel suo incontro settimanale da centinaia di persone. È fuggito dalla porta posteriore ripreso da telecamere. Non ha fatto una bella figura. In California, a New York e altrove anche gli immigrati hanno manifestato.

Dopodomani è il giorno dell’inaugurazione e a Washington DC l’autorità che concede i permessi di manifestare hanno consegnato 63 permessi, qualcuno è per organizzazioni pro-presidente come i bikers for Trump, ma la stragrande maggioranza saranno lì a protestare. Ma non c’è solo Washington: l’America è grande e non tutti possono viaggiare. Così venerdì ci saranno cortei e manifestazioni in 50 Stati e in 32 Paesi – a Roma sono previsti due appuntamenti, a Ponte Sisto alle 15.30 di venerdì e a piazza del Pantheon sabato tra 11-14. Si dice che a sfilare saranno circa un milione di persone. Poi, il giorno dopo (ne abbiamo già parlato qui), la città sarà invasa da una marea umana per la Women’s March. Gli organizzatori spiegano che il sostegno cresce a vista d’occhio e che i manifestanti dovrebbero essere 200mila. La Women’s march sarà anche una parata di star tale da annichilire la cerimonia di inaugurazione del giorno prima, dove invece non si riesce a trovare nessuno che voglia andare: l’ultima a cancellare la propria partecipazione è una cover band di Springsteen «per rispetto dell’opinione del Boss».  Scarlett Johannson, Cher, America Ferrera (Ugly Betty), il rapper Common saranno in città e anche in questo caso ci saranno altre marce altrove.

Qui la mappa delle manifestazioni a Washington in tempo reale.

È finita qui? No. La foto che vedete qui sopra è il lavoro riconoscibile di Shepard Fairey, che otto anni fa disegnò il suo Hope con Obama e oggi ha prodotto una serie di manifesti assieme alla Amplifier foundation (scaricabili  qui in alta risoluzione) con un messaggio chiaro: «We the people (le prima tre parole della costituzione) siamo più forti della paura, siamo solidali, difendiamo la dignità». I tre soggetti sono le minoranze contro cui Trump ha promesso muri, espulsioni, controlli. A questa pagina invece trovate un link dove per i primi 100 giorni una serie di artisti Indie produrranno una canzone originale al giorno per protestare e sensibilizzare sui temi dell’ambiente, dei diritti e così via. Tra questi c’è anche Angel Olsen (di cui abbiamo parlato qui).

Sul fronte non artistico, sappiamo che Emily’s List ha pronte 500 borse di studio per preparare 500 giovani donne che intendessero candidarsi a qualche carica elettiva e che un’associazione di 1200 avvocati è pronta a coordinarsi e lavorare pro bono per qualsiasi attivista arrestato nei prossimi quattro anni. E nel frattempo, atto forte e inusuale, già 28 rappresentanti hanno annunciato che non presenzieranno all’inaugurazione. Michael Moore ha fatto un appello a cento giorni di mobilitazione e, naturalmente, sarà uno degli speaker alla marcia delle donne. E, infine, le organizzazioni anti proibizioniste organizzano una fumata di massa all’orario in cui Trump giurerà (le 12 a Washington, le sei in Italia).

Siamo solo all’inizio e il clima è già teso. Una delle ragioni per cui società civile, sinistra e democratici puntano sulla protesta è perché sanno che Trump è il meno popolare tra i presidenti eletti a giurare. Obama nel 2008 giurava con l’80% degli americani che dicevano di apprezzarlo, il presidente che lo sostituirà gode della metà dei pareri favorevoli (tra 40 e 41%). Nessuno mai così male nei quattro sondaggi pubblicati dopo il voto, nemmeno Bush jr. eletto grazie al braccio di ferro in Florida – e nonostante Trump se la prenda su Twitter, con le organizzazioni che “pubblicano sondaggi falsi”. L’altro aspetto che va sottolineato è che agli americani non solo non piace Trump, ma nemmeno le cose che si appresta a fare: la maggioranza è contraria al muro con il Messico, alla cancellazione della riforma sanitaria – con numeri quasi pari – al bando dei musulmani e così via. Venerdì si comincia, è solo l’inizio.

 

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