Mannarino – scrive Daniele De Michele, aka Donpasta, sul numero di Left in edicola dal 21 gennaio – ha fatto un’opera matura, da grande artista. Ma è anche come se avesse fatto il suo primo disco, fresco, grezzo, talvolta imperfetto. Entrambe le osservazioni, apparentemente antitetiche, mi sono balzate all’orecchio mentre ascoltavo con lui i brani del nuovo album, cucinando ciò che c’era, pasta con finocchi di campo sbollentati, lardo del Molise, lemongrass, zenzero e peperoncino del Vietnam.

Ormai può contare su un nocciolo duro di persone che lo segue talmente grande, di teatri e piazze che si riempiono, di gente che canta a squarciagola, che si permette di cercare, Mannarino, di rischiare, sbagliare e arricchirsi di nuovi suoni e parole, sfidando la regola aurea del mercato italiano che ti vuole destinato a omologarti il prima possibile per finire poi a Sanremo.

Va avanti e a ogni disco migliora e perfeziona qualcosa, senza perdere la sua qualità rara di saper raccontare un mondo semplice, rappresentandolo con onestà, in modo credibile, perché nei suoi testi osserva le cose con il buon senso che gli insegnò suo nonno di San Basilio, che se c’è da godersi la vita te la godi, se c’è da incazzarsi, t’incazzi.

«Come diceva Vinícius de Moraes – è dunque la prima domanda di una lunga e persino alta intervista – “una samba senza tristezza è come amare una donna solo per la sua bellezza”». «È per questo che la ami al punto da farla diventare il perno della tua musica?»

«Forse è il destino, ma il mio primo gruppo era formato da due musicisti brasiliani. La musica brasiliana fonde le armonie classiche e l’Africa nera. Poi con il tropicalismo hanno sfidato il regime, nascondendo le parole con melodie accattivanti. Se prima i miei idoli erano De Andrè e Tom Waits, da un po’ penso a Chico Buarque. E poi c’è la samba, la tristezza che balla, che ti fa alzare dal letto. Con questo disco avevo voglia di far ballare la tristezza».

E una volta che la samba è finita che resta? Quanto dura? Come resta in cuore? In Orfeo Negro il Carnevale fu l’inizio della fine.

«Tu non vai in euforia, perché piangi mentre balli. Deve essere una felicità piena e consapevole. Però me so’ rotto er cazzo d’esse triste, perché ci si perde a guardare solo le bruttezze, a essere perdente, a urlare incazzati. Ecco, rivendico la bellezza della rivolta, dell’andare contro. E ci vuole il coraggio della solitudine».

«Per le tue cannonate, Lei s’è messa l’armatura, E niente più la tocca, Ma è piena di paura». In “Rane” non ci vai leggero con gli uomini (o con te stesso). È un bel modo di scrivere una canzone d’amore, senza sdolcinature e senza pianti di coccodrillo.

«Le cannonate sono quelle che ha sparato il protagonista e la donna si è messa l’armatura. Sono secoli che la donna si deve proteggere dalle cannonate. Poi la soluzione per il personaggio è far l’amore in volo. Mi viene in mente l’immagine del film Brazil, di lui che si libera dal titano dittatoriale nei sogni facendo l’amore in volo. C’è la poetica che l’amore è salvifico, non in senso romantico, ma perché l’amore ti sveglia. Lui facendo l’amore nei sogni si libera, cambia».

(…)

L’intervista integrale a Mannarino è su Left in edicola dal 21 gennaio

 

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