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Ieri Bana al-Abed, la bambina che twittava da Aleppo, ha scritto a Trump per chiedere al nuovo presidente di fare qualcosa per i bambini siriani. «Io oggi sono fortunata abbastanza da andare a scuola in Turchia» ma molti, troppi, rimangono in condizioni drammatiche, scrive la piccola di sette anni. La sua missiva verrà rispedita al mittente. Oggi, infatti, sarà un grande giorno per la sicurezza nazionale, che tradotto vuol dire frontiere sigillate. Ieri era stata la volta della chiusura al commercio e dell’attacco all’ambiente.

Donald Trump sa che molte delle sue promesse sono difficili da realizzare e che per ottenere risorse dal Congresso dovrà negoziare con quello che in teoria è il suo partito. Però può sedersi a un tavolo ed emanare ordini che hanno a che vedere con i suoi impegni. E terrorizzare l’America che ci tiene all’ambiente, ai diritti, alla pace. Dopo che ieri il presidente ha firmato un ordine esecutivo per cercare di aggirare lo stop imposto dall’amministrazione Obama alla XL Keystone pipeline, l’oleodotto che dovrebbe trasportare il petrolio estratto da sabbie bituminose in Canada – da costruire rigorosamente con acciaio americano – oggi sarà il giorno della sicurezza. Anche a Standing Rock, la montagna sacra che la Nazione indiana ha protetto nei mesi scorsi, non dormiranno sonni tranquilli.

Già ieri in diverse città si sono svolte manifestazioni contro l’ipotesi di ripartire con quell’oleodotto: la stessa amministrazione Obama aveva imposto lo stop dopo mesi di disobbedienza civile e una grande manifestazione a Washington. Oggi toccherà alle organizzazioni ispaniche e umanitarie infuriarsi. Trump ha infatti annunciato un «grande giorno» in materia di sicurezza nazionale. Tra le cose ci sarà l’annuncio della costruzione del muro sul confine tra Stati Uniti e Messico.

Il nuovo presidente dovrebbe firmare diversi ordini esecutivi per quanto riguarda l’immigrazione e la sicurezza delle frontiere. Tra questi anche un aumento delle restrizioni agli ingressi di persone provenienti da sette Paesi del Medio Oriente e Africa, compresi Yemen, Siria e Iraq. Ovvero un limite agli ingressi di rifugiati. Trump ha anche minacciato ci mandare i federali a Chicago se non la si smette con i morti ammazzati in strada (una frecciata al sindaco democratico Rahm Emmanuel e a Obama)

La costruzione di un muro lungo 2000 miglia lungo il confine a spese del governo messicano è una delle proposte chiave della campagna elettorale presidenziale. Quella che ha fatto forse più discutere e che gli ha fatto guadagnare molti consensi iniziali nella destra della base del partito.

Trump ha annunciato anche che prenderà misure contro le cosiddette città santuario, ovvero quelle che hanno annunciato che non coopereranno con il governo federale sulla caccia all’immigrato illegale. Una mossa che potrebbe aprire dei contenziosi legali e una battaglia politica furiosa tra alcuni sindaci di città importanti (New York, San Francisco tra le prime) e le autorità federali.

Il presidente procede spedito con la sua agenda. Per adesso sono anche solo ordini che hanno una portata limitata. Ma il messaggio che manda è inequivocabile: si procede a ritmo spedito con tutte le promesse peggiori. E ciascuna sembra fatta per provocare una parte della società americana che non lo ha votato. L’espulsione dei migranti illegali, il muro, l’oleodotto sono attacchi ai diritti delle persone. L’idea di non fare entrare i rifugiati iracheni e siriani per ragioni di sicurezza è anche un messaggio di chiusura dell’America al mondo: non ci interessa quel che capita fuori, ci sono guerre che abbiamo cominciato – o Paesi che abbiamo detto per anni essere allo stremo – ma a noi interessa di più proteggerci da una eventuale minaccia terroristica. Così, con il terrorista, possono affogare e morire i milioni di siriani che vivono in campi sparsi per il mondo. Al Qaeda e l’Isis ringraziano.

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