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«È che mi sono ritrovato a fare canzoni tristi, ma c’è una parte “cazzona” (termine d’uso comune non ritenuto sconcio, quantomeno così è in Calabria, ndr) molto grossa in me, che nei concerti emerge anche spesso. Anzi, travalica!». Nell’intervista che leggerete sul cartaceo di Left, con Dario Brunori discutiamo di politica, di sinistra, di quanto sia sottile la linea tra il mostro in noi e il mostro in sé. Del suo nuovo disco (A casa tutto bene, Picicca dischi) e di quanto – rispetto ai passati lavori – stavolta risulti autentico. Liberato. Emancipato da sé, come lui stesso concorda. Ma a margine del nostro incontro, non potevamo esimerci dal chiedergli due battute sulla sua apparizione in “Savastano perdona. L’indie no”: il maestro del neomelodico, Enzo Savastano, viene rapito da un boss della musica indie. «Riuscirà l’eroe del “gagaga” a liberarsi dalle grinfie dell’indipendente?», si chiedono gli autori del video. Due risate con Brunori, ché prendersi sul serio va bene, ma non troppo.

Savastano spopola su youtube sfottendo la scena indie, e ti mette in mezzo: «Tua madre me l’ha detto che ogni volta che soffri ti chiudi nella stanza coi dischi di Brunori». Un mese dopo, nella clip di replica, gli dici: «Vieniti a piglia’ o perdono’». Lo hai cercato tu, ti ha cercato lui?
Ci siamo incrociati per caso, un nostro amico comune, il regista Denzel Minicozzi, mi ha detto che tra l’altro erano pure dei miei fan. A quel punto ho detto: allora vediamoci e ce la ridiamo. Perché ci vado a nozze con queste cose, in realtà è questo che vorrei fare! Così abbiamo inscenato il sequestro di Savastano da parte del boss indie, che sarei io (ride).

Mi tiri fuori le domande. Ma ‘sto indie esiste o no?
Ma sì. Possiamo chiamarlo indie o scena alternativa, esiste il fatto che alcune persone vogliano scrivere con un certo tipo di attitudine di certe cose e utilizzando un certo tipo di linguaggio, sia testuale che musicale, che non è quello convenzionale del pop mainstream. Poi che questo possa finire nel mainstream non cambia la sostanza. Benvenga che cose nate nell’indie siano finite o finiscano nel mainstream, sempre che mantengano la loro cifra. Perciò è anche bello non rinchiudere tutto in sole due etichette, perché non basta che qualcosa di indie finisca in radio per diventare mainstream. Finisce in un altro contenitore, sì. Ma è proprio per non guardare le cose in maniera acritica che bisogna guardare alla loro caratterizzazione e non ai contenitori in cui vanno a finire. Insomma, così come nell’indie ci sono cose che hanno caratteristiche diverse (indie pop, per esempio), anche nel mainstream possono esserci cose spietatamente pop o con un sapore più vicino all’alternativo. Direi che le cose finché mantengono una loro personalità sono definite da questo, a prescindere da dove vanno a finire.

 

L’intervista a Brunori la trovate su Left in edicola dal 28 gennaio

 

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