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Nuova ondata repressiva in Turchia. Sono stati licenziati in tronco altri 330 docenti universitari per presunti legami con il gruppo di Fethullah Gülen, accusato di essere il mandante del tentato colpo di Stato del 15 luglio scorso. È un nuovo, duro, colpo all’opposizione liberale e di sinistra in Turchia. Il governo di Ankara sta stringendo ogni giorno di più il bavaglio imposto alla stampa e all’università. Molte decine di giornalisti del maggior giornale laico e di opposizione, Cumhuriyet, sono in pringione da mesi senza nemmeno sapere quali sono i capi di accusa.

In complesso sono 4811 i docenti licenziati dall’estate scorsa, fra loro anche i mille firmatari di un appello lanciato da dodici accademici (arrestati) in cui si chiedeva una soluzione pacifica alla questione curda, dopo aver denunciato le operazioni militari contro i ribelli del Pkk nel sudest della Turchia.  Dopo l”inchiesta” avviata dal Partito giustizia e sviluppo (AKP) del presidente Recep Tayyip Erdoğan la stretta autoritaria procede in deroga ad ogni regola (grazie allo stato di emergenza indetto dal presidente). Intanto il Parlamento si appresta a varare la revisione costituzionale in senso presidenziale  (che sarà sottoposta a referendum il prossimo aprile).

«In Turchia  la libertà di espressione non esiste più», dice la sociologa e scrittrice Pinar Selek che ha pagato un prezzo durissimo per le sue inchieste sull’oppressione curda in Turchia, finendo in galera dove è stata torturata. Dal 2009 vive in esilio in Francia. Continuando a lottare contro la deriva autoritaria della Turchia, anche con libri come La maschera della verità in cui rievoca vicende autobiografiche che si intrecciano fortemente con la storia di Istanbul (dove è nata nel 1971) e della Turchia. Fin dalla reclusione di suo padre durata cinque anni: «Colpo di Stato del 12 settembre 1980. Mio padre è stato appena arrestato, insieme a centinaia di migliaia di oppositori. Il giuramento di fedeltà che ci fanno recitare due volte a settimana a scuola mi fa l’effetto di altrettanti colpi di manganello». Una situazione che si sarebbe ripetuta con una drammatica escalation, fino al carcere e alle torture sperimentate sulla propria pelle.

Allora la scrittrice e giornalista Asli Erdoğan l’aveva sostenuta, dandole voce in articoli e interviste.  Poi le parti si siano rovesciate. Ed è Pinar a cercare di mobilitare l’opinione pubblica a sostegno dell’amica e collega, come è accaduto il mese scorso a Milano. Ora deve fare i conti con la decisione della Corte Suprema che ha annunciato di voler riaprire il caso Selek, cancellando l’assoluzione. In un’ampia intervista sul numero di Left in edicola da sabato prossimo Pinar Selek traccia il quadro durissimo della situazione che sta attraversando la Turchia «una nazione autoritaria – dice la scrittrice – anche perché fondata sul genocidio armeno e su stragi che non hanno ancora avuto giustizia». E che sta vivendo di nuovo giorni assai bui segnati da un processo di islamizzazione oscurantista e da violazioni dei diritti umani. L’opinione pubblica non può restare a guardare in silenzio quel che sta accadendo in Turchia dove sono ormai migliaia i docenti universitari, i giornalisti e  scrittori in galera senza processo, denunciano i Nobel Vargas Llosa, J.M. Coetzee e Elfriede Jelinek, che lanciano un appello attraverso  il Pen Club International, che si aggiunge all’appello dell’English Pen Club a sostegno del giornalista Ahmet Sik,autore di importanti inchieste e ingiustamente detenuto.

 

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