«Il governo non ha fornito alcuna prova che uno straniero proveniente da uno dei Paesi citati nell’ordine esecutivo ha perpetrato un attacco terroristico negli Stati Uniti. E invece di presentare prove per spiegare la necessità dell’ordine esecutivo, il governo ha sostenuto che questa corte non abbia il potere di rivedere la sua decisione». E ha sbagliato: la corte di appello federale ha respinto il ricorso della amministrazione Trump contro la sentenza che blocca l’ordine esecutivo che tiene fuori dagli Stati Uniti le persone provenienti da sette Paesi. I giudici della corte erano tre e la decisione è stata presa all’unanimità.

La democrazia è quel brutto e complicato sistema nel quale chiunque ha del limite al proprio potere. Persino un arrogante businessman che ritiene di poter gestire un Paese come la propria impresa – gestita a sua volta con metodi da bullo. Donald Trump ha imparato la prima lezione da presidente di una democrazia e ha reagito male, naturalmente su twitter (che scrive dal suo telefono personale, che non ha voluto cambiare nonostante le presioni delle agenzie di sicurezza). Tutto in maiuscole, come un troll qualsiasi CI VEDIAMO ALLA CORTE SUPREMA, È IN BALLO LA SICUREZZA NAZIONALE, recita il tweet qui sotto.

La risposta di Hillary Clinton, forse finalmente rilassata non è male e fa riferimento al parere unanime dei giudici


 

Cosa ha deciso la corte?

Diverse cose importanti che riguardano i limiti ai poteri presidenziali e l’ordine costituzionale e non il divieto di ingresso ai musulmani di sette Paesi  in quanto tale. L’idea che un tribunale federale d’appello non debba poter rivedere gli ordini esecutivi in materia di sicurezza nazionale, come sosteneva Trump, è sbagliata. La “non rivedibilità” è una fantasia trumpiana e contraria alla costituzione, i tribunali non violano la separazione dei poteri. Tradotto: quando l’amministrazione deciderà di prendere decisioni, dovrà farlo senza improvvisare e costituzione alla mano. Il tribunale ha anche sentenziato che le persone colpite dall’ordine sono migliaia e non 109 come sostenuto da Trump. Infine, il tribunale ha spiegato che i due Stati che hanno fato appello contro l’ordine presidenziale avevano titolo per farlo perché questo aveva un impatto su persone che lavorano e risiedono negli Stati stessi – c’è un impatto sulle università locali, si legge nella sentenza.

Cosa succede adesso?

Lo ha detto trump nel tweet: si va alla Corte Suprema. Ora, visti i giudizi di giudici federali nominati sia da presidenti repubblicani che democratici, non è detto che l’alta corte deciderebbe pro-Trump anche in caso di maggioranza conservatrice tra i 9 giudici che la compongono. In tema di equilibrio di poteri un conservatore anti abortista può benissimo schierarsi con un liberal. Ma non è questo il punto: i giudici al momento sono otto e la persona designata da Trump dovrà aspettare diversi mesi prima di insediarsi – se questo accadrà: il giudice Neil Gorsuch incontrerà grande opposizione da parte democratica. I giudici sono dunque otto e se votassero secondo lo schieramento politico si finirebbe in pareggio. In quel caso, vale il parere del tribunale federale. Ovvero Trump perde.

Il colpo è piuttosto duro: una mossa propagandistica che viene respinta malamente e apre un conflitto con un potere dello Stato. Trump aveva infatti chiamato “cosidetto giudice” il togato di Seattle che per primo ha bloccato e licenziato in tronco la Procuratore generale provvisoia che si era rifiutata di difendere l’ordine esecutuvo davanti ai tribunali federali – sapendo che avrebbe perso. Il giudice Neil Gorsuch, nominato alal Corte Suprema dallo stesso presidente ha definito i commenti di Trump sui giudici «demoralizzanti». Naturalmente il presidente ha insultato il senatore che parlato di quei commenti fatti in una conversazione con i senatori e la Casa Bianca ha categoricamente smentito che si trattasse di un riferimento alle parole del presidente.

Potrebbe bastare, se non fosse che stamane il Washington Post rilancia la sua esclusiva su una telefonata intercorsa tra l’ambasciatore russo e il consigliere alla sicurezza nazionale, Michael Flynn (che cantava “sbattetela dentro” durante i comizi di Trump, riferendosi a Clinton). Nessun problema se non fosse che la telefonata è avvenuta prima dell’assunzione dell’incarico, mentre Obama era ancora presidente e stava inasprendo le sanzioni contro Mosca dopo lo scandalo relativo agli attacchi cybernetici russi con l’intento di influenzare il voto americano. Un gesto arrogante – Flynn sa che le telefonate vengono registrate – e potenzialmente illegale. Il consigliere alla sicurezza nazionale avrebbe infatti promesso di cancellare le sanzioni poste in essere da Obama. Sulla telefonata e il suo contenuto sia Flynn che il vicepresidente Pence hanno fornito versioni che appaiono come non corrette. Lo stesso consigliere per la sicurezza nazionale ha cambiato versione da “non si è parlato di sanzioni” a “non ricordo di averne parlato”. Chi ha visto la trascrizione della telefonata dice il contrario.  Anche i media, sono un contropotere e visto come sono messi sotto accusa, stanno evidentemente facendo sforzi doppi – ma i media Usa fanno bene il loro lavoro sempre –

Infine c’è Kellyane Conway, la faccia dell’amministrazione in Tv, che su Foxnews spiega che lei consiglierebbe a chiunque di comprare i favolosi prodotti di Ivanka Trump. Il giorno prima Nordstrom, una catena di negozi di vestiti, aveva deciso di non venderli più e il presidente aveva attaccato il marchio via twitter, ottenendo l’effetto di far volare il titolo del gruppo in borsa. Anche la pubblicità a un marchio in Tv è una violazione potenziale della legge. Minore e un po’ ridicola, certo, ma è l’ennesimo segnale di una ciurma totalmente incapace di gestire le situazioni e le crisi che il governo di una grande democrazia comporta.

PS la giornata ha anche portato la conferma di Jeff Sessions (nella foto in alto), forse la figura più controversa dell’amministrazione, un conservatore dell’Alabama che non vede di buon occhio il diritto di voto dei neri, a Segretario alla Giustizia e quella di Tom Price alla Sanità. E poi Trump ha chiamato il presidente cinese per rassicurarlo sulla One China policy. Il presidente aveva minacciato di mettere in discussione l’idea che la Cina sia una e indivisibile e di riconoscere Taiwan. Qualcuno deve avergli spiegato due cose su come funzionano la diplomazia e la politica estera. Coda tra le gambe e telefonata a Xi Jinping per ribadire l’ovvio.

 

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