Taccuino alla mano e piedi penzoloni, seduto davanti alla tv. In onda c’è il Festival, e lui prende appunti: segna le frasi che gli piacciono di più delle canzoni, come si sta sul palco, come si canta e come si scrive la musica italiana. A sei anni “Samuel dei Subsonica” lo avreste visto così, come mamma e papà gli avevano raccomandato: “Se vuoi fare il cantante, se vuoi imparare a scrivere le canzoni, devi guardare Sanremo”. E lui ha obbedito, fino alla prima adolescenza. «Per me è stata una sorta di prima scuola elementare della scrittura. Quando mi è stato chiesto di andare a Sanremo, mi sono rivisto in quel bambino che prendeva appunti davanti alla tv. E mi è venuta voglia di andarci, da solo. Da cantante italiano che ama la musica italiana». Leggero, semplice, diretto, lineare. In una parola, Pop. Quello che, con Il codice della bellezza, debutta da solista dopo vent’anni di carriera è “Samuel senza i Subsonica”.

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Samuel, sei da solo sul palco dell’Ariston. Con Subsonica tutto ok, sì?
Assolutamente sì. Anzi. Molti hanno pensato che questo fosse un momento delicato o addirittura drammatico per i Subsonica, perché tutti gli elementi fanno una cosa da soli, in realtà direi che è uno dei nostri momenti più belli. Noi abbiamo sempre distrutto tutto quello che abbiamo fatto anche se ha funzionato, per poterci poi ricreare in una forma nuova. A volte lo abbiamo fatto meglio, a volte peggio. Se fossi uno che ama i Subsonica, mi farebbe piacere poterli vedere nella loro nudità e nei loro angoli più fragili, perché quando sei da solo non puoi nascondere la tua parte più fragile.
È questo che hai ricercato, la fragilità?
Avevo la necessità di confrontarmi con i miei limiti e di assumermi la responsabilità di tutto quello che stavo facendo. Da solo. Con i miei lati positivi che nei Subsonica si vedevano di più, ma anche con le mie fragilità che erano nascoste dai lati positivi degli altri. Questo disco è veramente mio. Me ne assumo completamente la responsabilità.

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