Il 1967 è un anno d’oro per la musica rock. Anno di dischi storici che adesso compiono 50 anni. L’anno in cui muovono i primi passi al pubblico alcune tra le più grandi band della nostra storia. A Londra i Pink Floyd, a Los Angeles i Doors. Di questi album ne abbiamo scelto uno, quello che nel 2006 The Observer ha inserito al primo posto nella lista dei “50 album che hanno cambiato la musica”: The Velvet Underground & Nico. Prodotto da Andy Warhol, che ne disegna la celebre copertina: una banana gialla sbucciabile con la scritta Peel slowly and see (sbuccia lentamente e guarda) e, sbucciando la banana adesiva, un’allusiva banana di colore rosa. La decima tra le “100 migliori copertine della storia”, secondo Rolling Stone).

L’esordio. The Velvet Underground & Nico è l’album di debutto del gruppo rock statunitense, registrato in due giorni – con la voce della cantante tedesca Nico e sotto l’egida di Tom Wilson – negli Scepter Studios di New York durante l’aprile del 1966 e pubblicato dalla Verve Records nel marzo del 1967. Con i suoi poco meno di 50 minuti, è «il più grande album di debutto di tutti i tempi», ha sentenziato Uncut. E, oltre ad arare il terreno a punk, new wave, rock alternativo e post-rock, introduce forti innovazioni nei testi. Mai prima di loro la vita metropolitana e solitudine, perversione e deviazione sessuale, alienazione e uso di droga erano stati trattati in maniera così esplicita. Insomma, un’opera da preservare per i posteri e per questo motivo la troviamo nel National Recording Registry dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

 

L’album viene pubblicato il 12 marzo 1967, e si posiziona al numero 171 della classifica di Billboard. Il debutto viene sprecato per via di alcune complicazioni legali: la foto sul retro del disco mostra il gruppo mentre suona con un’immagine proiettata alle loro spalle, l’immagine è tratta da un film di Warhol, Chelsea Girls, ma l’attore del film il cui volto campeggia nello scatto, Eric Emerson – che era stato arrestato per possesso di droga e aveva un disperato bisogno di soldi – denuncia che quella foto è stata usata senza il suo permesso. La Mgm records è costretta a ritirare dal mercato tutte le copie dell’album fino a quando la disputa legale venne risolta con l’eliminazione dell’immagine incriminata. L’ascesa commerciale, però, è ormai fallita. E questo spiega le parole di Brian Eno: «Soltanto cento persone acquistarono il primo disco dei Velvet Underground, ma ognuno di quei cento oggi è un critico musicale o un musicista rock». Ma la storia ci dice che i Velvet Underground sono con ogni probabilità la band più influente della musica rock. Hanno contrapposto una sana psichedelia pessimista al dilagante ottimismo di San Francisco. Hanno segnato l’ascesa del rock decadente – figlio illegittimo della poesia decadente – della distorsione, della musica orientale e delle scale mediorientali, di mantra e raga-rock, improvvisazioni in stile free-jazz e ritmi tribali. Indipendenti, eversivi, a tratti nichilisti. Tutto ciò che molto tempo tempo abbiamo marchiato come Punk.

Prima della voce di Nico. Fu Andy Warhol a insistere affinché Nico cantasse tre delle undici canzoni sul disco d’esordio della band: “Femme Fatale”, “I’ll Be Your Mirror” e “All Tomorrow’s Parties”. Christa Paffgen, ovvero Nico, è una pallida chanteuse mitteleuropea che evoca la Berlino anni 30 misto alla New York anni 60. La sua voce si fonde al sound versatile e camaleontico: dalla violenza di “I’m Waiting for the Man” all’ipnosi di “Venus in Furs”, che si fa anche un po’ perversa in “Heroin”, quando la band prova a rappresentare le sensazioni di un tossicodipendente. Ma ci sono anche la tenerezza sognante di “Sunday Morning”, la pace estatica di Femme Fatale e la solenne All Tomorrow’s Parties. Infine, la sperimentazione: “The Black Angel’s Death Song” ed “European Son”, dedicata al poeta Delmore Schwartz.

Quella che Andy Warhol tira fuori dai sottoscala newyorkesi e inserisce nei suoi spettacoli totali, è una strampalata band di “ragazzini”. Innanzitutto c’è lo studente ribelle Lewis “Lou” Reed, viene da una famiglia ebrea di Brooklyn, a 14 anni suona già in un complessino, gli Shades, e all’università studia letteratura inglese con il poeta Delmore Schwarz. Quando, a vent’anni, lascia gli studi per scrivere canzoni del Pickwick International (produttori di dischi per supermercati) scrive “The Ostrich” per i Primitives, sua band dell’epoca. Poi, nel 1965 incontra Sterling Morrison – un ragazzo con una chitarra e due miti Chuck Berry e Bo Diddley – a New York e formarono i Warlocks con loro anche il gallese John Cale, che aveva studiato musica d’avanguardia a Londra ed era arrivato da un paio d’anni a New York e il batterista Angus MacLise che viene sostituito quasi subito dalla sorella di Jim, Maureen “Moe” Tucker.

Cosa ci lasciano i Velvet Underground. Tre artisti che hanno dato alla musica un contributo indiscutibile. La “Sacerdotessa delle Tenebre da solista si fa apprezzare soprattutto per Desertshore (1970) che per qualcuno anticipa il gothic rock. Oggi Nico riposa nel cimitero Grunewald-Forst di Berlino. «Nella tarda mattinata del 17 luglio 1988, mia madre mi ha detto che aveva bisogno di andare in centro a comprare della marijuana. Si sedette davanti allo specchio con una sciarpa nera avvolta intorno alla testa. Si fissò allo specchio ed ebbe molta cura nell’assicurarsi che la sciarpa fosse avvolta bene. Mentre scendeva la collina sulla sua bici, mi disse: “Tornerò presto”. Ci ha lasciato nel primo pomeriggio, il giorno più caldo di quell’anno», ha raccontato il figlio.
Lou Reed, come il suo amico David Bowie ha trasformato molte volte la sua immagine – rocker glam, artista noise d’avanguardia, star del rock & roll – ma con i suoi testi ha contribuito per sempre ad allargare il vocabolario del rock. Il 30 giugno 2013 il New York Post scrive che l’artista è stato ricoverato d’urgenza in un ospedale di Long Island, a New York, per una acuta forma di disidratazione. Il suo nuovo fegato non gli dà pace e il 27 ottobre del 2013 viene annunciata la notizia della sua morte, aveva di 71 anni.
John Cale, padre della new wave, è ancora in piena attività. Dopo aver lasciato i Velvet Underground ha continuato a spaziare tra gli infiniti stili musicali. Diventando un prezioso produttore discografico: The Stooges, Nico, Patti Smith, Nick Drake e Jonathan Richman.

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