Un paio di colpi di clacson, un minuto di attesa e Clyde accorre sorridente ad alzare la sbarra. In estate, quando le famiglie dei nativi passano le giornate nelle foreste per la tradizionale raccolta dei frutti di bosco, il blocco stradale dopo il ponte sul Suskwa River, a una ventina di chilometri di sterrato dal bivio sulla Highway 16 che porta ad ovest sul Pacifico e a nord verso lo Yukon, diventa un punto di ristoro dove non manca mai un caffè o un piatto di zuppa.

«Secondo il governo e le multinazionali abbiamo chiuso abusivamente la strada, in realtà abbiamo riaperto il territorio alle attività che ci hanno sostenuto per millenni», spiega Richard Wright, portavoce del clan Luutkudziiwus dei Gitxsan, il “popolo della foschia fluviale” che ha cominciato a costruire il campo nell’agosto 2014. Una casetta di legno che Clyde abita anche d’inverno, una tenda con brande e materassi per i tanti ospiti di passaggio, una baracca dove affumicare il salmone, una serra con spezie e pomodori: Madii Lii, che riprende il nome di una montagna, è il presidio di una resistenza minuscola nei numeri ma titanica negli intenti. Di qui passa il tracciato di uno dei gasdotti che dai pozzi del nordest porterebbe il gas per un migliaio di chilometri fino agli impianti di liquefazione da costruire su Lelu Island, dove il maestoso fiume Skeena sbocca nel Pacifico.

Ma di qui passa anche l’opposizione dei nativi della British Columbia, che nella salute del bacino del fiume Skeena identificano la propria sopravvivenza. La costa occidentale della British Columbia, poi, è un dedalo di canali, isole e acque turbolente tra le più pericolose per la navigazione. Con l’approvazione del progetto del colosso Petronas denominato Pacific NorthWest Lng saranno 275 le nuove navi cisterna a solcare quelle acque ogni anno.

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