Gli ultimi sondaggi che arrivano dall’Olanda, mostrano un Partito della libertà (Pvv) che non riesce a superare il tetto del 15 per cento. Se i numeri fossero confermati, Wilders non avrebbe diritto allo “scettro” di primo partito, ma i sondaggi, specie quelli relativi a partiti  ai margini dello spettro politico vanno presi con le molle. Ma conta veramente qualcosa arrivare primi? In fondo, tutti i partiti hanno già escluso da tempo un’alleanza con il leader originario di Venlo. E soprattutto, il Pvv non è certo l’unico partito a giocare la carta anti-migranti. Motivo per il quale ci si potrebbe rallegrare soltanto in parte di una sconfitta del PVV. In un sistema elettorale proporzionale puro, il destino è, in ogni caso, quello del governo di coalizione.

La vera novità partitica delle ultime settimane arriva invece da sinistra e porta il nome di Jesse Klaver, leader del partito GroenLinks (“Sinistra ecologica”). Ne abbiamo parlato ieri su Left. Tra le formazioni dell’arco progressista, GroenLinks è quella che fa meglio sperare ed è l’unica che combina, da programma elettorale, posizioni pro-welfare e pro-integrazione delle minoranze etniche. Klaver rappresenta l’unica opposizione (con un certo peso elettorale) al discorso xenofobo di Geert Wilders, su tutti i fronti del tema “immigrazione-identità”: dai rifugiati, passando per i lavoratori dell’Europa dell’Est, fino ad arrivare ai cittadini olandesi con un passato migratorio o di fede musulmana.

Eppure, non per tutti il discorso del giovane leader è abbastanza netto. Per alcuni Klaver “ è troppo intellettuale”, per altri “non fa pesare abbastanza le sue origini marocchine”. La critica arriva soprattutto dalle comunità delle seconde e terze generazioni, quelle con genitori nati nelle ex-colonie dei Paesi Bassi. Una cosa è certa a un giorno dal voto. Se la sinistra dovesse avere una maggioranza, sarebbe il candidato Premier numero uno.

Siamo andati ad Amsterdam a seguire la chiusura della campagna elettorale di GroenLinks, all’Afas arena.

Il vangelo secondo Klaver

Le luci sono più verdi che rosse e, per certi versi, sembra di stare a una puntata di The Voice, non a una convention di un partito politico. In effetti, prima ancora che Klaver faccia il suo ingresso in scena, sul palco si susseguono un poeta, due rapper e una cantante soul. GroenLinks è in fin dei conti un prodotto dei tempi che corrono: la politica deve essere anche spettacolo.

Cinque minuti di Klavert a 360° (in olandese)

Dicono che Klaver somigli un po’ a Trudeau e un po’ a Obama. Ma se è per questo, veste pantalone blu e camicia bianca, proprio come Renzi. Quando si lancia sul palco dell’Afas arena gremita di gente – 5mila persone secondo i media –  è tutto un boato. Il pubblico è giovane, con una netta predominanza bianca.

Eppure, i riferimenti di Klaver quando parla della traiettoria del proprio partito, vengono da lontano. Cita Gandhi: «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci». L’arena di infiamma e Klaver insiste: «È una metafora della mia carriera politica degli ultimi anni». Poi parla di discriminazione, citando la lettera di un ragazzo di Groningen, cittadina del nord dei Paesi Bassi. Si chiama Romano e, nonostante sia nato in Olanda e abbia un accento perfetto, subisce un razzismo becero. Quello al quale però «dopo un po’ ci si abitua». Klaver gli assicura che per lui «questa non può essere la normalità». Che «combatterà questo razzismo». E che vuole «indietro l’Olanda che tutti conoscono […] il Paese delle libertà, dell’uguaglianza e dell’empatia».

Ed è proprio l’empatia (lo sottolineava ieri Ilaria Giupponi qui su Left) il perno della retorica “Klaveriana”: «Se c’è una cosa che ci ha fatto progredire come società, se c’è qualcosa che ci permette di andare oltre, questa cosa si chiama “empatia”. L’idea che dobbiamo rimanere uniti. Guardatevi intorno e noterete che le cose che uniscono, sono più di quelle che ci dividono», afferma il giovane. Il riferimento alla dialettica di Obama è lampante.

Ma Klaver è europeo e quando, nel suo discorso, tocca la filosofia politica si sente: «Dobbiamo unirci nella lotta contro l’ “economicismo”. Contro la convinzione che esista una sacra trinità: quella della crescita, del mercato e di sempre “meno Stato”».   È un credo che ha distrutto molto «più di quello che pensiamo». «Ha ridotto la società al mercato, il valore delle cose ad un prezzo, le persone alle macchine», aggiunge Klaver. È quindi il tempo di una «nuova Trinità», quella «della condivisione equa, della sostenibilità e dell’empatia».

Come si fa raggiungere tanto? Innanzitutto bisogna scalzare i partiti dell’ “establishment” – i Conservatori Liberali del Premier Mark Rutte, i Cristiano democratici e i liberali della formazione D66 – perché rappresentano «l’arroganza al poter, lo status quo». Klaver predica: «Fate di noi un grande partito e ripoteremo gli ideali nella politica. Dateci ancora un po’ di più e saremo un alleato chiave nelle negoziazioni dopo il voto. E se arriveremo a essere il primo partito, creeremo un governo di sinistra». Qualcosa che nei Paesi Bassi, «manca da 40 anni». Secondo il giovane olandese è l’unica scelta del «cambiamento», per una «nuova politica progressista». Parola di Jesse.

EPA/BART MAAT

Il dibattito Rutte – Wilders

Intanto, ieri sera,  si è consumato l’ultimo scontro Tv tra il Primo ministro uscente, Mark Rutte, e Geert Wilders, il leader del Pvv. I due si sono scontrati in occasione dell’ultimo dibattito elettorale prima del voto. Sebbene l’Europa non sia stata al centro della campagna fino a questo momento, ieri l’Ue è stata oggetto di un acceso scambio di battute. Wilders spinge esplicitamente per un’uscita dall’Unione. Rutte ha invece citato uno studio del 2014, commissionato dal suo partito e secondo il quale una così detta “Nexit” comporterebbe la perdita di circa 1.5 milioni di posti di lavoro all’economia dei Paesi Bassi.

Ma la Nexit è uno scenario realistico? Improbabile. In primo luogo, come ha affermato Hans Vollaard, un esperto di processi di integrazione europea dell’Università di Leiden, dopo il voto, una maggioranza di deputati sarà comunque contrario a un’uscita dall’Ue. Tradotto: non ci sarebbero i numeri per organizzare un referendum sul tema. In secondo luogo, l’euroscetticismo puro nel Paese arriverebbe massimo a un 15 per cento. In ultimo, in Olanda l’istituto referendario non ha un carattere vincolante.

 

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