Il vicedirettore de Il Fatto Quotidiano Stefano Feltri, a cui ieri abbiamo rivolto l’accusa di fare da megafono a Bashar al Assad, ci spiega che è meglio intervistare un dittatore che lasciarsi andare a livore (e forse anche un po’ di invidia) su Facebook. E nel farlo segnala l’articolo pubblicato ieri sul sito di Left. Non siamo degli ingenui: non è solo quell’articolo ad averlo fatto arrabbiare o ad aver determinato la necessità di scrivere ben tre articoli successivi alla pubblicazione dell’intervista-megafono al dittatore siriano che si fa chiamare presidente. Non è difficile intuire che in redazione, tra i lettori de Il Fatto – o in generale nel pubblico che visita il sito web del quotidiano – non tutti devono essere stati d’accordo con l’idea di dedicare l’apertura del giornale a un’intervista senza contraddittorio a una figura che definire controversa è un po’ come dire che a Matteo Salvini capita talvolta di usare toni sopra le righe in materia di immigrazione. Fa poi un po’ sorridere che il vicedirettore di un giornale dai titoli non proprio britannici e uso lanciare strali contro la classe politica ci rimanga male per un articolo un po’ polemico – ma forse, di nuovo, non è il mio articolo a essere stato il problema.

Ma veniamo agli argomenti con cui Feltri si difende, facendo un po’ la vittima, come non si confà al vicedirettore di un quotidiano importante che fa le sue fortune fustigando con sarcasmo la classe politica e spesso rivelando casi giudiziari importanti. È giusto fare un’intervista a un dittatore? La risposta è sì. Hanno fatto bene Peter Bergen e Peter Arnett ad andarsene ad Abbottabad nel 1997 e consentire a Osama bin Laden di dichiarare guerra all’Occidente? Eccome. Anche se quell’intervista è anche stata un veicolo del messaggio del leader di al Qaeda.

Il problema, notavamo ieri, è che sul giornale non c’era altro se non quell’intervista. Le regole di ingaggio sono quel che sono e, salvo forse in Italia, spesso le domande ai leader sono quelle giuste (guardate le conferenze stampa di Trump, quando di domande se ne fa fare, e di Obama). Ciò detto, intervistare un dittatore sanguinario a casa sua è un’altra cosa. Dire chi è quel dittatore scrivendo l’articolo, in un articolo accanto, invece è fare giornalismo. E siccome quell’intervista non è a pagina 12 e in taglio basso, non farlo è uno sbaglio. Molto peggio ha fatto, lo scrivevamo, L’Avvenire, che per giustificare l’intervista la accompagna con un corsivo in cui si spiega che Amnesty, Human Rights Watch e Medici Senza Frontiere, che hanno accusato russi e Assad di atrocità e di aver bombardato ospedali in maniera scientifica, sono degli ipocriti. Eravamo ipocriti allo stesso modo quando dicevamo che in Iraq, a Falluja, Abu Ghraib, gli americani commettevano orrori, forse. Del resto, Fulvio Scaglione, il giornalista del giornale dei vescovi a Damasco è lo stesso che ha scritto che Soros paga le manifestazioni anti-Trump, attingendo, nel farlo, a una serie di bufale e fake news e facendo una serie di collegamenti ingannevoli.

Feltri ironizza sui “colleghi autorevolissimi” che lo sgridano. Non sono tra quelli, è ovvio: non sono esperto di Medio Oriente e l’unica cosa di cui mi intendo davvero sono gli Stati Uniti – che poi anche quelli: ho giurato per mesi che Trump non avrebbe mai vinto. Ma quando scrivo mi documento, leggo. Specie se si tratta di una cosa delicata come l’intervista a un dittatore, che non ho avuto la fortuna di fare.

Veniamo al contesto, al tema, alla tragica guerra in Siria e alla missione dei parlamentari intenti a cercare di «costruire un processo di pace».  Oggi scopriamo – ma ne avevamo come il sospetto – che quei parlamentari sono soprattutto filo-russi. La cosa non ha importanza, va bene lo stesso, la pace va bene sempre. Ma saperlo è un’informazione rilevante. E capire cosa volessero proporre questi deputati, anche (stiamo aspettando una risposta da uno di loro, non arriva).

Quando parliamo di “megafono” ci riferiamo al fatto che in questi mesi Assad ha rilasciato più interviste di un presidente in campagna elettorale. Sentirlo parlare non è una novità e in quell’intervista, a parte le accuse, non c’è niente: non la proposta di un processo di pace, non una mano tesa e neppure una chiusura. C’è la sua versione dei fatti: gli altri sono terroristi, aiutati dall’Occidente, noi no. Altre interviste gli hanno ad esempio chiesto conto delle bombe a grappolo. Lui non ha risposto, come Trump non risponde quando gli si chiede di fornire elementi che corroborino le accuse lanciate contro Obama sulle intercettazioni durante la campagna elettorale. Entrambi ci fanno una brutta figura.

Ancora contesto? Torniamo a Scaglione (quello dell’Avvenire), cita Soros per dire che il panorama dell’informazione, in particolare sulla Siria, è tossico. Si intreccia con le reazioni sui social, con l’inquietante tifo rosso-bruno e con fake news di ogni genere. Sui social network c’è un movimento d’opinione (a cui piacciono Putin, Trump, l’Urss e Assad) che accusa Left di essere al soldo del miliardario americano-ungherese. La ragione è che abbiamo dedicato una copertina ai Caschi Bianchi. Per molti sono jihadisti travestiti, per altri eroi e forse sono un misto di cose. In molti ritengono come Assad che dietro la guerra siriana ci siano gli americani, la citazione di Hillary Clinton, «abbiamo creato noi l’Isis», viene citata a sproposito a ogni pié sospinto. Altri pensano che nel Paese si stia combattendo una guerra per procura che riguarda gli equilibri regionali, il conflitto sciita-sunnita (come in Yemen, Iraq e altrove) e molte altre cose ancora. Che hanno e avranno un impatto sulle nostre vite. Se si escludono i civili, ci sono pochi solo buoni e molti molto cattivi (Assad e l’Isis medaglia d’oro alla pari). Raccontare quella guerra, capirne le cause, cercare soluzioni è anche compito nostro. Prestarsi ai giochi di Assad è invece sbagliato.

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