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Il “New deal” di DiEM25 dichiara di voler attuare le proprie ricette nell’ambito dell’attuale quadro istituzionale europeo, ma in realtà ne forza l’assetto. Ernesto Longobardi e Andrea Ventura ci spiegano perché senza politiche pubbliche che vadano in quella direzione, l’Europa è destinata al fallimento

L’ispirazione del progetto DiEM25 al New Deal merita una riflessione. Il New Deal di Roosevelt, come poi il Piano Marshall, e in generale tutta la fase dell’intervento keynesiano nell’economia, avevano a monte due elementi: da una parte, la catastrofe generata dalla crisi del 1929 e, successivamente, da una guerra distruttiva senza precedenti; dall’altra, un patto sociale per lo sviluppo umano basato sull’idea che i bisogni di tutti dovessero essere soddisfatti. Come ebbe a sostenere lo stesso Roosevelt, gli uomini che vivono nel bisogno non sono uomini liberi: su questa idea fondamentale si è basato il patto sociale keynesiano e si è avviato un intero ciclo di sviluppo dell’Occidente. È certamente vitale, per la sinistra, difendere e consolidare le conquiste sociali di quella stagione politica: opporsi alla disgregazione dell’Unione europea significa anche questo, significa difendere quel modello di stato sociale, fondato sull’idea della soddisfazione dei bisogni di tutti, che in Europa si è radicato più che in ogni altra regione del mondo.
Ma non basta. È necessario oggi un nuovo patto sociale e una nuova ragione di essere per la sinistra. Si deve essere in grado di aggregare il consenso attorno a un’idea di benessere che vada oltre la questione della soddisfazione dei bisogni fondamentali. Muovere da un’idea di eguaglianza, di solidarietà, di difesa della cultura e dell’ambiente, della libertà di espressione, che è del tutto incompatibile con l’Europa di oggi: con la limitazione delle libertà politiche in alcuni Paesi dell’Est, con quella delle libertà di circolazione delle persone che altri Paesi rivendicano, con l’assenza di trasparenza e di democrazia all’interno delle istituzioni europee, con un’economia che in nome del profitto distrugge ambiente e cultura.

Il commento integrale lo trovate su Left in edicola

 

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