Denaro a sufficienza, e una stanza tutta per me. Devo avere denaro a sufficienza, e una stanza tutta per me. Dev’essere stata quell’ironia lucida e piena di vita di Virginia Woolf a scatenare dentro molte di noi il rifiuto di quella convenzione tanto repressiva quanto dominante che ci vuole ridotte a madri, sorelle o figlie. Subalterne, appendici degli uomini e dei loro privilegi. Ribellarsi, rivendicare uguaglianza, pari dignità e pari opportunità. Senza mezzi termini, Virginia Woolf lo ha saputo affermare nei primi del ‘900, quando la creatività femminile era condannata a restare nell’ombra. A meno che, scriveva Virginia, non si riuscisse a costruire «una stanza tutta per sé».

E continuava: «Fra cento anni, d’altronde, pensavo giunta sulla soglia di casa, le donne non saranno più il sesso protetto. Logicamente condivideranno tutte le attività e tutti gli sforzi che una volta erano stati loro negati. La balia scaricherà il carbone. La fruttivendola guiderà la macchina. Ogni presupposto basato sui fatti osservati quando le donne erano il sesso protetto sarà scomparso; ad esempio (in strada stava passando un plotone di soldati) l’idea che le donne, i preti e i giardinieri vivano più a lungo. Togliete questa protezione, esponete le donne agli stessi sforzi e alle stesse attività, lasciatele diventare soldati, marinari, camionisti e scaricatori di porto, e vi accorgerete che le donne muoiono assai più giovani e assai più presto degli uomini; cosicché si dirà: “Oggi ho visto una donna”, come si diceva “Oggi ho visto un aereo”. Può accadere qualunque cosa quando la femminilità cesserà di essere un’occupazione protetta, pensavo, aprendo la porta».

Cent’anni ancora non sono passati, da quel 28 marzo del 1941 in cui Virginia Woolf mette fine all sua esistenza. Ma in più di un caso ci aveva visto giusto. È vero infatti, che «potrà accadere qualunque cosa il giorno in cui la femminilità cesserà di essere un’occupazione protetta». Persino che milioni di donne invadano le piazze di mezzo mondo, come è accaduto lo scorso 8 marzo.

Al civico 22 di Hyde Park Gate, Londra, il 25 gennaio del 1882 nasce Adeline Virginia Woolf. Sir Leslie Stephen è un autore e un critico, uno storico e un alpinista, Julia Prinsep-Stephen è una modella nata in India e poi rientrata in patria, e posa per i più noti pittori di Londra, come Edward Burne-Jones. Entrambi sono vedovi alle seconde nozze, la nuova famiglia sarà composta da sette fratelli, cinque maschi e due bambine, tra cui Virginia che, insieme alla sorella Vanessa, come regola educativa vittoriana comanda, viene istruita in casa mentre ogni giorno vede i suoi fratelli maschi uscire per frequentare la scuola prima e l’università di Cambridge poi. La madre le dà lezioni di latino e francese, il padre le consente di accedere liberamente alla biblioteca di famiglia.

«Mi viene da pensare che questo stato, questo mio stato di depressione, è lo stato abituale della maggior parte della gente», appunta Virginia sul suo diario. L’inclinazione letteraria non tarda ad arrivare. Insieme al fratello Thoby, Virginia mette in piedi l’Hyde Park Gate News, un giornale domestico su cui scrivono storie inventate. Ma nemmeno i turbamenti tardano ad arrivare nella sua vita. Ad appena sei anni è vittima di una tentata violenza sessuale da parte di uno dei suoi fratellastri, ne scrive nel racconto autobiografico Momenti di essere e altri racconti, riportando degli abusi subiti da lei e dalla sorella Vanessa Bell da parte dei fratellastri George e Gerald. Qualche anno dopo, appena tredicenne, perde la madre, e due anni dopo la sorellastra Stella. Nella vita di Virginia fa ingresso la nevrosi, una malattia all’epoca non facilmente controllabile, e che turba la sua attività creativa per qualche anni. Fino ai primi anni del ‘900. Virgiana ha poco più di 20 anni quando dalle pagine del Times Litterary Supplement, inizia a conquistare la stima di molti come scrittrice. È un’insegnante di storia al Collegio di Morley.

«L’arte è libertà da ogni predicazione – le cose in se stesse, la frase bella in se stessa; mari sconfinati; narcisi selvatici che appaiono prima che la rondine osi». Dopo la morte del padre, nel 1904, Virginia si sente libera di lasciare la casa natale di Hyde Park Gate e, assieme al fratello Thoby e alla sorella Vanessa, si trasferisce nel quartiere londinese di Bloomsbury, in Gordon Square. Lì, ad attenderla, c’è un gruppo di promettenti intellettuali. Chi in quegli anni gravita intorno alla fondazione del Bloomsbury set si accinge a dominare la vita culturale inglese per almeno un trentennio. Ci si vede tutti i giovedì sera e si discute di arte, di storia e di politica. Il fervore politico di Virginia cresce, adesso frequenta le suffragette e dà ripetizioni alle operaie la sera in un collegio di periferia. Il matrimonio, per lei, arriva a trent’anni quando sposa Leonard Woolf, un teorico politico. Ma ai successi letterari – pubblica il suo primo racconto, The Voyage Out – e alle novità in amore, si alternano le crisi psichiche e una forma di depressione che la induce a un tentativo di suicidio.
Nel 1917 apre una sua casa editrice, insieme al marito Leonard: la Hogarth Press diventa la casa dei nuovi talenti letterari, come Katherine Mansfield e T. S. Eliot.

«Se il mio cervello, distratto da un’ansia o da altra causa, deve distogliersi dalla carta bianca, è come un bimbo sperduto, che gira per casa e siede a piangere sull’ultimo gradino», appunta ancora sul suo diario Virginia. La sua produzione letteraria non si arresta: nove romanzi, undici racconti brevi e diciannove saggi, di cui quattro postumi. I lavori di Virginia Woolf sono un successo dietro l’altro. E i suoi scritti si fanno sempre più intrisi di quel movimento femminista inglese in cui ha preso a militare, battendosi per il suffragio femminile.

il manoscritto originale di A Room of One’s Own

«Avete idea di quanti libri si scrivono sulle donne in un anno? Avete idea di quanti sono scritti da uomini? Sapete di essere l’animale forse più discusso dell’universo?», si chiede Virginia scrivendo le pagine che cambieranno molto nella storia delle donne. Nel 1929, infatti, Virginia Woolf pubblica Una stanza per sé, un romanzo – o meglio un saggio narrativo – in cui analizza la discriminazione femminile attraverso la vita di Judith – che nel romanzo è la sorella di William Shakespeare – una donna dotata di grandi capacità, però limitate dai pregiudizi dell’epoca. E tra quelle pagine emergono i riferimenti espliciti a Jane Austen, alle sorelle Brontë, ad Aphra Ben e George Eliot. Tutte letterate riuscite a emanciparsi da quei maledetti pregiudizi dell’epoca.

«Se non vivessimo audacemente, prendendo il toro per le corna e tremando sui precipizi, non saremmo mai depressi; ma già saremmo appassiti, vecchi, rassegnati al destino». Le crisi depressive non danno tregua a Virginia Woolf. Che il 28 marzo 1941 si getta nel fiume Ouse, non molto lontano dalla sua casa.

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